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Dio, se me lo ricordo, quel
mercoledì! È il giorno che sono uscito di galera: un mese di buiosa per aver
scritto su un muro: «Berlusconi porta i tacchi». Trenta giorni per una
scritta? Sì, ma il muro era quello di Arcore...
In carcere, però, sono stato rieducato. Ora so che non devo dire che
Berlusconi porta i tacchi, bensì «calzature di attento e particolare design provviste
di congrui accorgimenti podologici ed ortopedici atti ad elevare l’abituale
statura del calzante». E quando mai avrò i soldi per scriverlo sul muro? Ci
vorranno non meno di tre bombolette! Avessi i soldi che è costato il
processo: quattordici avvocati ed un sottosegretario, tutti a difendere le
mura domestiche del presidente... E invece...: sono entrato in cella che non
avevo una lira, ne sono uscito che non avevo un euro!
Ma ho imparato che i muri non sono tutti uguali. Ci son quelli fatti per
tenerti fuori e quelli fatti per tenerti dentro, quelli da innalzare e
quelli da abbattere, quelli insormontabili e quelli di gomma, quelli di
incomprensione e quelli di incomunicabilità, muretti a secco e grandi
muraglie... Muri per scrivere, ahimè, non ne sono rimasti più.
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