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GIOVINE: «Buon giorno».
(L’altro tace e appena solleva lo sguardo da un fascio di carte
disordinatamente appoggiate accanto al registratore di cassa, che
evidentemente stava consultando. Il locale è vuoto. Solo due garzoni sono
intenti a sistemare sugli scaffali un gran numero di testi scolastici appena
arrivati).
GIOV.: «Ho detto buon giorno! E qualora non ve ne foste accorto, su questa
particolare scena che è la vostra libreria, io dovrei essere il cliente».
LIB.: (Solleva ancora lo sguardo, come colto da un sospetto. Poi lo
riabbassa). «Lei non è un nostro cliente».
GIOV.: «E mai potrò diventarlo, se ella neppure ascolta ciò che ho da
chiederle».
LIB.: (Svogliato). «Dica pure».
GIOV.: «Avrei necessità d'un volume: il “Viaggio in Corsica” di Boswell.
L’editore è Sellerio... collana Diagonale, credo».
LIB.: «Non c’è».
GIOV.: «Arriverà?».
LIB.: «Se proprio lo vuole si potrebbe ordinarlo...».
GIOV.: «Certo che lo voglio. Le pare che altrimenti sarei entrato nella sua
libreria?»
LIB.: «Non era obbligato».
GIOV.: «Mi domando come la vostra ditta possa ancora sopravvivere, se questo
è il modo in cui trattate i vostri clienti».
LIB.: «Lei non si preoccupi per i nostri clienti. Qui son sempre venuti e
continueranno a venire. Lo vuole questo libro?».
GIOV.: «Quando arriverà?».
LIB.: «Non si sa. Lasci nome, indirizzo e un acconto. Se arriverà la
chiameremo».
GIOV.: «E questo le pare un equo contratto? Io dovrei darle cose certe
quando lei non mi promette che cose incerte?».
LIB.: «Bah, guardi, se le va è così, se no si arrangi...».
GIOV. «Certo è un bel modo scostante, questo che voi usate coi clienti».
LIB.: «Le ripeto che lei non è un nostro cliente. I nostri clienti sono
professionisti benestanti, medici, avvocati, qualche forestiero di
passaggio...».
GIOV.: «E se io fossi uno di questi?».
LIB.: «Lei? Lei si vede da come veste che è uno studente, e magari di quelli
che fanno i cortei».
GIOV.: «E quand’anche fosse? Quand’anche io fossi il più povero degli
studenti, crede lei che i dieci o venti euro del povero non siano per i
vostri fini, che a rigor di definizione altro non sono che quelli del mero
profitto, del tutto identici ai dieci o venti euro del ricco?».
LIB.: «Eh no, caro signore, qui il principio d’identità non vale, perché
mentre il ricco dà tono al locale, e attira altri ricchi, lei col suo misero
aspetto distoglie l’onesto passante dall’entrare nel negozio, e se pur egli
entrasse non si troverebbe al suo cospetto certo a suo agio».
GIOV.: «Motivo di più, questo, per servirmi con solerzia, così che io il più
lesto possibile mi allontani dal suo negozio».
LIB.: «E cosa direbbero di me i miei clienti se mi vedessero servire uno
come lei? Già il ricco non tollera di essere servito dal servo di un altro
ricco, figuriamoci da chi serve i poveri!».
GIOV.: «Il suo ragionamento è statico. Se lei provasse a proiettarlo in una
dimensione diacronica, giungerebbe alla considerazione che il suo più ricco
cliente di oggi potrebbe impoverire già domani. E chi non le dice che io,
povero oggi, non sia il ricco di domani?».
LIB.: «In tal caso domani sarò felice di servirla».
GIOV.: «Ma lei crede che io, ricordandomi di questo nostro discorso di oggi,
sarei allora tentato di ritornare nella sua libreria? Meglio disimparerei a
leggere!».
LIB.: «Questo è quanto pensa oggi, da povero. Domani, se sarà ricco, penserà
da ricco. Scaccerà da sé ogni ricordo della passata povertà, ed insieme con
essi anche il ricordo di questo nostro incontro, e se pur esso dovesse un dì
sovvenirle, non resisterà alla tentazione di prendersi una rivincita venendo
ad acquistare i libri più costosi del mio negozio. Ed io, inchinandomi, sarò
lieto di venderglieli».
GIOV.: «Ciò non le porterebbe tuttavia quel vantaggio che lei crede. È un
fatto che la ricchezza delle nazioni varia assai lentamente. Variano più
spesso invece i suoi padroni. Così nel momento in cui nasce un nuovo ricco,
nasce anche un nuovo povero, e il numero dei suoi clienti resta invariato».
LIB.: «Da un punto di vista squisitamente matematico il suo ragionamento è
esatto. Psicologicamente lo è molto meno. Perché il ricco che impoverisce si
priva magari del necessario, ma non del superfluo. Questo perché da un lato
non vuole che gli altri si accorgano del suo mutato stato, poi perché sa che
almeno qui, almeno per un certo tempo, potrà ancora provare il piacere
d’esser riverito come un signore, ed infine perché la vita, quando non c’è
più il denaro per viverla, è bello farsela raccontare dai libri, e nessuno
più del povero ha tempo a iosa da dedicare alla lettura. Per cui, caro
signore, io acquisto assai rapidamente i nuovi clienti, e perdo assai
lentamente i vecchi».
GIOV.: «Faccia allora conto che io sia un ricchissimo suo cliente, da poco
impoverito, che – disponendo ormai di null’altro se non di lunghe giornate –
voglia appunto nutrire almeno lo spirito, non potendo più lo stomaco, e mi
dia quanto le chiedo mostrando tutta quella viscida e servile gentilezza di
cui per lunga passata esperienza la so capace».
LIB.: «Non è la medesima cosa. Quando io tratto servilmente chi non è più
ricco, io in realtà mi prendo gioco di lui, e anch’egli – senza saperlo – si prende gioco di se medesimo, e questa è la mia rivincita e la mia paga delle
subìte umiliazioni e dei tanti antichi inchini. Ma inchinarmi avanti a lei,
adesso, non mi porta certo alcun vantaggio».
GIOV.: «Lo avrebbe, invece. Io sarei lusingato e soddisfatto e parlerei bene
in città del suo negozio, ed ella aumenterebbe la sua clientela».
LIB.: «Quella dei poveri! E così perderei quella dei ricchi. Non mi pare un
affare, ed io son qui per fare affari».
GIOV.: «E per l’appunto un affare, sia pur dei più modesti, io intendevo
proporle. Ma adesso non più: non credo che quel libro ancora mi abbisogni.
Anzi: neppur credo d'aver pur anco il tempo per leggerlo. Sarà il suo bel
parlare che m’ha convinto. Basta con la lettura: vado ad arricchirmi!».
È fama che in quello stesso
istante uno dopo l’altro i volumi si diedero a precipitare con fragore dalle
vecchie scaffalature, e giunti a terra, squadernandosi, mostravan come tutte
le lor pagine altro non fossero che banconote fresche di stampa.
Ma altri narrano che quella
stessa mole finì col seppellire quell’ignaro libraio, colpevole d’aver
vissuto l’intera sua vita circondato dalla più grande delle ricchezze, senza
mai avvedersene.
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