KasuMarzu

Dialogo di un giovine d'intelletto e di un libraio scortese
di Pantagruel

 19 SETTEMBRE 1990
 


KasuMarzu nuova serie



GIOVINE: «Buon giorno». (L’altro tace e appena solleva lo sguardo da un fascio di carte disordinatamente appoggiate accanto al registratore di cassa, che evidentemente stava consultando. Il locale è vuoto. Solo due garzoni sono intenti a sistemare sugli scaffali un gran numero di testi scolastici appena arrivati).
GIOV.: «Ho detto buon giorno! E qualora non ve ne foste accorto, su questa particolare scena che è la vostra libreria, io dovrei essere il cliente».
LIB.: (Solleva ancora lo sguardo, come colto da un sospetto. Poi lo riabbassa). «Lei non è un nostro cliente».
GIOV.: «E mai potrò diventarlo, se ella neppure ascolta ciò che ho da chiederle».
LIB.: (Svogliato). «Dica pure».
GIOV.: «Avrei necessità d'un volume: il “Viaggio in Corsica” di Boswell. L’editore è Sellerio... collana Diagonale, credo».
LIB.: «Non c’è».
GIOV.: «Arriverà?».
LIB.: «Se proprio lo vuole si potrebbe ordinarlo...».
GIOV.: «Certo che lo voglio. Le pare che altrimenti sarei entrato nella sua libreria?»
LIB.: «Non era obbligato».
GIOV.: «Mi domando come la vostra ditta possa ancora sopravvivere, se questo è il modo in cui trattate i vostri clienti».
LIB.: «Lei non si preoccupi per i nostri clienti. Qui son sempre venuti e continueranno a venire. Lo vuole questo libro?».
GIOV.: «Quando arriverà?».
LIB.: «Non si sa. Lasci nome, indirizzo e un acconto. Se arriverà la chiameremo».
GIOV.: «E questo le pare un equo contratto? Io dovrei darle cose certe quando lei non mi promette che cose incerte?».
LIB.: «Bah, guardi, se le va è così, se no si arrangi...».
GIOV. «Certo è un bel modo scostante, questo che voi usate coi clienti».
LIB.: «Le ripeto che lei non è un nostro cliente. I nostri clienti sono professionisti benestanti, medici, avvocati, qualche forestiero di passaggio...».
GIOV.: «E se io fossi uno di questi?».
LIB.: «Lei? Lei si vede da come veste che è uno studente, e magari di quelli che fanno i cortei».
GIOV.: «E quand’anche fosse? Quand’anche io fossi il più povero degli studenti, crede lei che i dieci o venti euro del povero non siano per i vostri fini, che a rigor di definizione altro non sono che quelli del mero profitto, del tutto identici ai dieci o venti euro del ricco?».
LIB.: «Eh no, caro signore, qui il principio d’identità non vale, perché mentre il ricco dà tono al locale, e attira altri ricchi, lei col suo misero aspetto distoglie l’onesto passante dall’entrare nel negozio, e se pur egli entrasse non si troverebbe al suo cospetto certo a suo agio».
GIOV.: «Motivo di più, questo, per servirmi con solerzia, così che io il più lesto possibile mi allontani dal suo negozio».
LIB.: «E cosa direbbero di me i miei clienti se mi vedessero servire uno come lei? Già il ricco non tollera di essere servito dal servo di un altro ricco, figuriamoci da chi serve i poveri!».
GIOV.: «Il suo ragionamento è statico. Se lei provasse a proiettarlo in una dimensione diacronica, giungerebbe alla considerazione che il suo più ricco cliente di oggi potrebbe impoverire già domani. E chi non le dice che io, povero oggi, non sia il ricco di domani?».
LIB.: «In tal caso domani sarò felice di servirla».
GIOV.: «Ma lei crede che io, ricordandomi di questo nostro discorso di oggi, sarei allora tentato di ritornare nella sua libreria? Meglio disimparerei a leggere!».
LIB.: «Questo è quanto pensa oggi, da povero. Domani, se sarà ricco, penserà da ricco. Scaccerà da sé ogni ricordo della passata povertà, ed insieme con essi anche il ricordo di questo nostro incontro, e se pur esso dovesse un dì sovvenirle, non resisterà alla tentazione di prendersi una rivincita venendo ad acquistare i libri più costosi del mio negozio. Ed io, inchinandomi, sarò lieto di venderglieli».
GIOV.: «Ciò non le porterebbe tuttavia quel vantaggio che lei crede. È un fatto che la ricchezza delle nazioni varia assai lentamente. Variano più spesso invece i suoi padroni. Così nel momento in cui nasce un nuovo ricco, nasce anche un nuovo povero, e il numero dei suoi clienti resta invariato».
LIB.: «Da un punto di vista squisitamente matematico il suo ragionamento è esatto. Psicologicamente lo è molto meno. Perché il ricco che impoverisce si priva magari del necessario, ma non del superfluo. Questo perché da un lato non vuole che gli altri si accorgano del suo mutato stato, poi perché sa che almeno qui, almeno per un certo tempo, potrà ancora provare il piacere d’esser riverito come un signore, ed infine perché la vita, quando non c’è più il denaro per viverla, è bello farsela raccontare dai libri, e nessuno più del povero ha tempo a iosa da dedicare alla lettura. Per cui, caro signore, io acquisto assai rapidamente i nuovi clienti, e perdo assai lentamente i vecchi».
GIOV.: «Faccia allora conto che io sia un ricchissimo suo cliente, da poco impoverito, che – disponendo ormai di null’altro se non di lunghe giornate – voglia appunto nutrire almeno lo spirito, non potendo più lo stomaco, e mi dia quanto le chiedo mostrando tutta quella viscida e servile gentilezza di cui per lunga passata esperienza la so capace».
LIB.: «Non è la medesima cosa. Quando io tratto servilmente chi non è più ricco, io in realtà mi prendo gioco di lui, e anch’egli – senza saperlo – si prende gioco di se medesimo, e questa è la mia rivincita e la mia paga delle subìte umiliazioni e dei tanti antichi inchini. Ma inchinarmi avanti a lei, adesso, non mi porta certo alcun vantaggio».
GIOV.: «Lo avrebbe, invece. Io sarei lusingato e soddisfatto e parlerei bene in città del suo negozio, ed ella aumenterebbe la sua clientela».
LIB.: «Quella dei poveri! E così perderei quella dei ricchi. Non mi pare un affare, ed io son qui per fare affari».
GIOV.: «E per l’appunto un affare, sia pur dei più modesti, io intendevo proporle. Ma adesso non più: non credo che quel libro ancora mi abbisogni. Anzi: neppur credo d'aver pur anco il tempo per leggerlo. Sarà il suo bel parlare che m’ha convinto. Basta con la lettura: vado ad arricchirmi!».

È fama che in quello stesso istante uno dopo l’altro i volumi si diedero a precipitare con fragore dalle vecchie scaffalature, e giunti a terra, squadernandosi, mostravan come tutte le lor pagine altro non fossero che banconote fresche di stampa.

Ma altri narrano che quella stessa mole finì col seppellire quell’ignaro libraio, colpevole d’aver vissuto l’intera sua vita circondato dalla più grande delle ricchezze, senza mai avvedersene.

 



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