KasuMarzu

La vera storia della cicala e della formica

di Panurge

20 Febbraio 2005
 


KasuMarzu nuova serie



«Lavorare poco, lavorare gli altri»: questo il motto dell’Unione Combattenti Contro il Lavoro, che ha per fine la liberazione dell’Uomo (e diciamo anche della Donna) da questa turpe attività che abbrutisce l’anima e prostituisce il corpo. Non v’è cosa più preziosa al mondo del tempo. La vita stessa altro non è che un inesorabile scorrere del tempo, e gli uomini dappoco – anziché godersi il loro – lo svendono per pochi soldi ad alcuni fortunati così che questi possano godersi ancora meglio il proprio. E in cambio che ne hanno, se non malanni e fatica?

Per meglio illuminare le masse, l’Unione Combattenti Contro il Lavoro vi fa oggi dono della vera storia della cicala  e della formica, così come ritrovata su un antico manoscritto cicalese:

«C’era in estate una cicala che anziché spararsi un mazzo come la formica, che dall’alba al tramonto trascinava con eroici sforzi nella sua minuscola tana enormi bricioloni di Fiesta e di Kindersorpresa, passava le giornate a grattarsi con tant’arte da riuscire a trarne dei gradevoli suoni.

La cicala non smetteva di prendere in giro la formicuzza, che tra sé e sé pensava: vedrai quest’inverno, quand’io mangerò al calduccio del mio formicaio queste prelibatezze e tu – che hai cantato per tutta l’estate – morirai di fame. 

Finì l’estate, venne l’autunno, caddero le foglie e venne infine l’inverno: un inverno gelido e ventoso come non se n’erano più visti da decenni. La formicuzza, stanca e affaticata dal lungo lavoro estivo, ai primi freddi schiattò. La cicala, che per via di una dimenticata prozia si scoprì lontanamente imparentata con la formica, ereditò tutto e visse ricca e felice cantando a squarciapancia per molte lunghissime estati».    




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