KasuMarzu

La democrazia di Caino
di Adrian Leverkühn

6 APRILE 2002
 


KasuMarzu nuova serie



Senti parlare Sharon e subito ti chiedi se abbia per caso sangue di Arcore nelle vene. Anche lui “cchiagne e fotte”, come si dice a Napoli. Scatena bombardieri, elicotteri e carri armati contro le povere case dei poverissimi palestinesi, spara ai giornalisti e impedisce l’ingresso a osservatori e parlamentari occidentali, perché il mondo non veda e non sappia, e si lamenta! Si lamenta di come nessuno lo capisca: nessuno capisce le sue ragioni e le ragioni di Israele, che quella che lui combatte è una guerra, e per di più giusta e santa: la guerra contro il terrorismo!

Il rispetto che la lingua italiana ben più di Sharon merita, ci impone di precisare sin dall’inizio, giusto per intendersi, che quella di Sharon non è una guerra in senso proprio (le guerre si fanno tra stati, o tra fazioni equipotenti all’interno di un medesimo stato). Quando un governo si accanisce con armamentari tanto vistosamente sproporzionati contro una minoranza etnico-religiosa, e per di più inerme, facente legittimamente parte del medesimo stato che essa stessa governa, la parola giusta è “persecuzione”.

Ci vuole una faccia di bronzo degna della peggior Brianza per sostenere che aerei, missili, elicotteri e carri armati servono a fermare il “terrorismo”. Se una ragazza di sedici anni, disperata come tutto il suo popolo, decide di farsi saltare per aria e portare con sé quanti più nemici possibile (ma non l’aveva già fatto Sansone, con tutti i filistei?) che si può fare per combatterla? Imprigionare ed uccidere con un colpo alla nuca tutte le ragazze di sedici anni? Ci aveva già provato Erode, ma non ha funzionato.

Magari fosse una vera guerra – dice la gente di Palestina – almeno sarebbero rispettate quelle regole di elementare civiltà sancite dalla convenzione di Ginevra. Sarebbe consentito di soccorrere e curare i feriti, sarebbero garantiti i diritti della libera stampa, sarebbero proibite le esecuzioni sommarie dei prigionieri e le fosse comuni.

Ma Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente! – dicono senza pudore i devoti di Sharon. Come se il principio fondante di una democrazia fosse la dittatura della maggioranza, e non il rispetto delle minoranze. Come se uno stato, per il solo fatto di essere formalmente una democrazia, abbia per ciò stesso dei diritti su altri stati diversamente governati. Una democrazia che reprime nel sangue i propri dissidi interni è la democrazia del lupo e dell’agnello: possono anche coricarsi insieme, ma uno dei due avrà i sonni più agitati. Quando Sharon pensa a due popoli come fratelli in un unico stato (il suo), ha in mente un preciso modello: quello di Caino e Abele.

Le “ragioni” di Israele sono state spiegate da Sharon anche agli italiani. Prima sparando ai giornalisti ed uccidendone uno, poi sbarrando le frontiere ai parlamentari in missione conoscitiva, quindi picchiando i manifestanti in aeroporto, infine manganellando un giornalista del Messaggero che pretendeva di osservare da vicino – questa volta a casa sua, a Roma – una dimostrazione filoebraica. Sharon “cchiagne e fotte” anche stavolta si è lamentato: come mai la stampa italiana è così faziosa nel giudicare gli israeliani? E come mai persino l’Osservatore Romano è così di parte? Sarà mica perché gli stiamo fucilando i francescani e cannoneggiando la chiesa dove è nato il bambinello Gesù?

Siamo faziosi anche noi. Parteggiamo apertamente per una delle due fazioni. Lo facciamo sin da quando, ancora con il grembiulino e i pantaloncini corti, abbiamo appreso la prima legge fondamentale dell’asilo: per ogni bambino molto piccolo c’è sempre un bambino molto grande che solo per questo si sente in diritto di menarlo.

Oggi vediamo combattere da una parte un criminale di guerra (non siamo noi a dirlo, ma il tribunale dell’Aia), dall’altra un premio nobel per la pace (non siamo noi a dirlo, ma l’Accademia Reale di Svezia). Il criminale è potente e armato fino ai denti, il nobel è vecchio, debole e malato. Il criminale ha un sogno, messo per iscritto da diecimila anni: annientare i propri vicini. Il nobel ha anch’egli un sogno: dare una terra e un futuro di pace al proprio popolo. Sapreste consigliarci voi per chi dovremmo parteggiare?

Ma i palestinesi sono terroristi! – dicono ancora senza pudore gli assassini sharoniti. Qualcuno sicuramente lo è, ma solo per il fatto di esserlo si condanna automaticamente a morte da sé: sentenza che puntualmente egli stesso esegue. Ma se qualcuno pensa che un popolo invaso, umiliato ed oppresso non abbia il diritto-dovere di ribellarsi anche con il tirannicidio (non siamo noi a dirlo, ma Vittorio Alfieri), allora dimentica quanto “terrorismo” sia stato a suo tempo necessario per costruire quest’Italia che pur così poco amiamo: dal dirottamento di navi di linea ad opera di Pisacane e Garibaldi al tritolo del kamikaze Pietro Micca, dalla guerriglia in montagna alla bomba di via Rasella. Chi è senza peccato scagli la prima pietra (i palestinesi, notoriamente, peccano pochissimo...).

Già. Perché in principio erano le pietre. Qualche pietra tirata da ragazzini che si limitava a graffiare la vernice lucente dei carri armati con la stella d’Israele. Poi è stato Sharon a dare il via alla lunga marcia. A piedi ben calzati è entrato un giorno nella più sacra moschea di Gerusalemme, ostentando lo stesso provocatorio disprezzo che oggi rivolge ai frati francescani che, sotto bandiera vaticana, difendono la chiesa della Natività. Da lì le dimostrazioni di protesta dei palestinesi, represse con crescente violenza, e la svolta a destra del paese con l’elezione di Sharon. Una volta al potere, il giustiziere di poveri è incappato in una serie fortunata di eventi. La prima è stata la campagna elettorale americana, con la conseguente disattenzione per la politica estera, quindi la battaglia sui risultati che ha lasciato di fatto ingovernata l’America per tre mesi. Di questo provvidenziale vuoto di potere, Sharon ha approfittato per strappare militarmente altre terre ai palestinesi, radendone sistematicamente al suolo le case, i quartieri ed interi villaggi. La caterpillarizzazione dei territori palestinesi ha aggiunto rabbia a rabbia, fame a fame e disperazione a disperazione, concimando quel tristissimo suolo che ha poi generato come funghi l’impressionante serie di attentatori suicidi.

L’undici settembre è arrivato come il cacio sui maccheroni. Con l’America ancora una volta distolta ed in più l’alibi della caccia al terrorismo, Sharon ha potuto vantare quasi una sorta di primogenitura in questa nuova specie di guerre, e ha ulteriormente premuto sull’acceleratore.

Resta da chiedersi come finirà, quando finirà e – soprattutto – davvero finirà?

Finirà con l’eliminazione fisica dei palestinesi. Con il primo genocidio scientificamente programmato del nuovo millennio. Fino a ieri i palestinesi erano odiati ma tollerati come un male necessario: qualcuno doveva pure spaccarsi la schiena sui campi o lavare le auto dei cittadini ebraici. Oggi, con la sempre maggior presenza di masse impoverite di ebrei in fuga dal crollo dei regimi dell’est, i palestinesi non sono più necessari: neppure per i lavori più umili e pesanti. Possono essere annientati.

Sbaglia chi pensa di stare alla finestra a guardare quando spirerà l’ultimo dei palestinesi. Napoleone non si è fermato alla Francia, Hitler non si è accontentato della Polonia. Il giorno stesso in cui l’ultimo palestinese cesserà di esistere, sarà la volta del primo dei siriani, poi dei giordani, poi dei sauditi, poi...



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