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La
sinistra lenta
30 NOVEMBRE 2005
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L’alta velocità è rock? No: è lenta. Se poi fosse quasi immobile, o immobile del tutto, sarebbe perfetta. Con queste idee, poche ma chiare, diecimila cittadini della Val di Susa stanno in questi giorni impedendo l’apertura di quei cantieri che – con trent’anni di ritardo sull’Europa e cinquanta rispetto al Giappone – dovrebbero prolungare il percorso dei TGV francesi fino a Torino. Sarebbero, quei pochi chilometri, il battesimo dell’Italia nel mondo dei treni ad alta velocità, mezzo di trasporto ormai irrinunciabile in Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Giappone, Cina e solo da poco superato dai convogli a levitazione magnetica, in corso di sperimentazione in Germania ma già in servizio di linea a Shanghai. Lasciamo volentieri ai tecnici valutare i problemi di impatto ambientale che il treno – pur correndo sepolto in galleria – secondo alcuni porterebbe con sé. Quel che ci interessa discutere è fino a che punto la ribellione delle popolazioni locali al TAV possa essere considerata un fatto «di sinistra» piuttosto che una delle tante manifestazioni di neoluddismo che, sotto la maschera di drappi ora verdi ora arcobaleno, diffondono irrazionali paure e lanciano severissimi veti sul nucleare come sugli OGM, sul ponte di Messina come sui treni ad alta velocità. In una parola: sul progresso, su quel sol dell’avvenire di cui la sinistra – quella vera – fece per lungo tempo il suo simbolo e la sua bandiera. Si può essere progressisti ed insieme osteggiare il progresso? Evidentemente sì. Così come si possono recludere gli omosessuali in Siberia e poi marciarci insieme nei gay pride; indignarsi perché i criminali sfuggono alla galera e poi prendersela col sindaco di Bologna che invece ce li vuol mandare; condannare la droga ma poi strizzare l’occhio a quelli che si fanno; strapparsi le vesti contro i condoni e poi difendere l’«edilizia spontanea» che ha disintegrato il nostro Meridione... Sarebbe insomma tempo che la sinistra italiana uscisse dalla dimensione informe della Cosa, del blob e del blabla post-sovietico, e decidesse cosa vuole fare da grande. Tanto più che, sotto elezioni politiche, queste domande sono ormai in molti a rivolgergliele. Essere tutto e il contrario di tutto è un tratto tipico dell’omino di Arcore, oggi operaio, domani casalinga, ma nel frattempo padrone. Perché copiarlo anche in questi suoi non minimi difetti? La sinistra – quella vera – ha sempre posposto il problema ambientale alle necessità dello sviluppo industriale, economico e militare, e la zozza sputacchiera che ancora porta indebitamente il nome di Lago Aral sta sempre lì a ricordarcelo. Un disastroso errore, certo, col senno di poi, ma un errore di sinistra. Dove affonda dunque le radici l’odierna sensibilità per le più nobili espressioni della Natura e la volontà di conservarle ad ogni costo, anche a quello di un mancato Progresso? * * * * * Bisogna tornare agli anni Settanta, quando Lotta Continua, il più grande movimento della sinistra giovanile di allora, rovinò sotto le spinte opposte della questione femminista prepotentemente esplosa al suo interno e del carattere sempre più paramilitare e machista del «servizio d’ordine», a un passo dall’alimentare con la propria ottusità guerresca la buia stagione della lotta armata all’italiana. Era il 1975, e a Roma i maschi di Lotta Continua vennero alle mani con le loro compagne alla guida di un’incompresa manifestazione femminista. Nello stesso anno il delitto Pasolini aprì un importante momento di riflessione sul ruolo e la collocazione degli omosessuali nella società contemporanea. Ecco, è in questo magma ribollente che il buon piccì di Enrico Berlinguer, uscito a mani vuote dalla grande stagione dei movimenti giovanili sessantotteschi, decise di calare le scialuppe e offrire un punto d’approdo ai transfughi. Col movimento femminista ai suoi massimi e la stagione della lotta armata ormai avviata, il partito comunista scelse di strappare in più punti la propria rigida ideologia e aprire ai giovani, alle donne, agli arrabbiati, ai delusi, mentre nelle polverose sezioni FGCI si sdoganavano la musica da ballo e, di lì a poco, persino Jovanotti. Scostato il crepitante 16mm e lanciato il fantozziano anatema sul glorioso incrociatore protagonista di tante tristi serate in bianco e nero, i giovani comunisti tornarono ad essere giovani, ma un po’ meno comunisti. Da quel momento in poi essere comunisti ha voluto dire essere anche un po’ verdi e un po’ sporcaccioni, un po’ maschi e un po’ froci, un po' femmine e un po' lesbo, un po’ per la droga e un po’ contro, un po’ impegnati e un po’ disimpegnati, un po’ a scriver sui muri e un po’ a cancellarli... Era la sinistra – come racconta l’ossimoro che questi ossimori tutti riassume – «di lotta e di governo», preludio di una poco gloriosa stagione di brutte lotte e di brutto governo. Non ci pare che ci siano oggi le condizioni per poter mantenere il piede nelle due staffe. Il partito «di lotta e di governo» doveva vedersela con il partito delle «convergenze parallele», che friggeva con olio diverso la medesima aria. Oggi ha contro un avversario estremamente mobile che saltella a suo piacimento su una tastiera che spazia dall’eversione leghista al patriottismo nazionalfascista, con qualche elegante dissonanza democristiana e la potente amplificazione di sei televisioni e dei più diffusi periodici nazionali. In pratica il monopolio rotocinetelevisivo del tempo libero degli Italiani. E qui bisognerebbe risfogliare le «Lezioni sul Fascismo», alle pagine in cui Togliatti riconosceva al nascente regime l’intelligenza di aver saputo catturare le masse per il loro punto debole, offrendo sport ai ragazzi, divise e incarichi ai diseredati, «Case del fascio» e dopolavoro agli operai, e invitava a non criticare quei sindacalisti che dopo aver tuonato contro il regime andavano poi a farsi due mani di briscola alla Casa del fascio: non solo ne avevano il diritto, ma non esisteva altro luogo dove poter incontrare altri operai e fare azione di proselitismo. Da queste osservazioni nacque la proposta alternativa delle «Case del popolo». Ecco: se da una parte si offre agli elettori un sogno, foss’anche il sogno di «Beautiful», dall’altra come si risponde? Con un altro canale televisivo che magari raccolga i Biagi, i Santoro, le Guzzanti e – chissà – gli Arbore e i Benigni? No. Si cerca di rimettere le mani sulla Rai per poterla continuare a utilizzare come un canale privato ma senza i costi e i rischi di un canale privato. Non è un bel programma. Né di lotta, né di governo. * * * * * La rivolta antiTAV, così come il caso Cofferati, è uno di quei nodi che stanno fortunatamente venendo per tempo al pettine: una contraddizione irriducibile alla quale la sinistra non può non dare una risposta unitaria ed univoca, al di là di ogni traccheggiamento e di ogni speriamo-che-passi. E allora la domanda resta la medesima posta in principio: è di sinistra bloccare il primo e tardivo cantiere dell’Alta Velocità in Italia? Noi, nel nostro piccolo, diciamo che non lo è. Se sinistra significa guardare al futuro, e a un futuro migliore; se significa creare opportunità di lavoro a gloria dell’uomo e non dei Cieli; se vuol dire saper creare meglio e prima degli altri quelle infrastrutture di cui il Paese ha bisogno e di cui soffre il ritardo; se significa anteporre le necessità dei molti alle pruderie estetizzanti di pochi; se significa dirigere il Paese piuttosto che inseguirne passivamente gli umori sommariamente rilevati da qualche sondaggista alla moda; se significa preferire la realtà a ogni superstizione, l’Alta Velocità è di sinistra. E chi vi si oppone è oggettivamente di destra. Una destra neoluddista che agisce sotto spinte irrazionali che nascono da paure altrettanto irrazionali. Allo stesso modo i contadini inglesi nell’Ottocento tentarono di sabotare le locomotive (quelle a bassa, bassissima velocità) con motivazioni che oggi ci fanno sorridere: che le mucche, ad esempio, avrebbero smesso di produrre latte, con buona pace della ferrovie svizzere. Ovviamente nessuno si sogna di mettere in dubbio il diritto dei cittadini a manifestare: questo è indubbiamente sacrosanto, ma non è che «forma». Occorre poi il coraggio di analizzare e valutare anche i «contenuti» di una manifestazione, che possono essere oggettivamente o soggettivamente giusti o sbagliati. Io posso portare in processione il Santo per chiedergli di por fine alla siccità, ed è una manifestazione religiosa pienamente legittima. Ma poi devo anche interrogarmi sulla reale efficacia di quell’azione. Allo stesso modo dovremmo chiederci quanto il Paese abbia da perdere e quanto da guadagnare dall’Alta Velocità. Come Crusoe sull’isola divise in due un foglio scrivendo da una parte le sue fortune e dall’altra le sue sventure, dovremmo scientificamente disaminare i pro e i contro dell’opera, e quindi valutare quali dei due prevalga. Da tale disamina dovremmo infine trarre le argomentazioni, incontrovertibili, con le quali persuadere la popolazione della bontà dell’opera. Questo è pensare e operare di sinistra. Il resto è solo civile opposizione. E se è vero che la sinistra sa fare (e tante volte ha fatto) civile opposizione, ciò non significa che ogni civile opposizione debba solo per questo essere annoverata tra le azioni «di sinistra».
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