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Pane al
pane,
25 APRILE 2002
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Possiamo ringraziare Le Pen. La sua affermazione nelle presidenziali di Francia rende ancora più chiaro il crescente divaricarsi tra destra conservatrice e destra eversiva in Europa. Alcuni deboli segnali erano invero già stati percepiti in Italia: le polemiche tra i doppiopettisti di Arcore e il vecchio Indro Montanelli; le divergenze con casa Agnelli giunte al culmine con l’estromissione del ministro Ruggiero; i vaneggiamenti del Bossi e le conseguenti prese di distanza della grande destra europea; la diffidenza della stampa conservatrice; i richiami delle massime istituzioni; le pubbliche insoddisfazioni di Confindustria; i paletti posti da Fini, a ben separare i campi, nel corso dell’ultimo congresso. Si aggiunga adesso l’esplosione d’ira del vecchio capataz Mancuso, trombato di lusso nella corsa alla Cassazione, che nella sua foga di dar pane al pane e vino al vino, finisce anche per dare del bandito a Previti, del falso traditore a Berlusconi, del ruffiano a Gianni Letta. Il tutto sotto gli occhi poco divertiti di una borghesia che sempre più mal sopporta questa non-politica dell’arroganza, della prepotenza, della discutibile educazione. La lezione che arriva dalla Francia, con una sinistra ridotta all’angolo e incapace persino di rimeditare se stessa, pare ricordarci che anche questa volta, non diversamente da cinquant’anni fa, il compito di andar contro ai progetti della destra eversiva spetti di diritto alla parte più illuminata della destra conservatrice. Sarà questa, infatti, seppure con il fondamentale appoggio delle sinistre, a (presumibilmente) sconfiggere Le Pen nel prossimo ballottaggio. Difficili a comprendere sono le cause per le quali si viene oggi a riproporre, in un periodo di sostanziale equilibrio, sviluppo e benessere dell’Europa, un quadro politico che ricorda il pre-Yalta, con le destre moderate in prima linea nella lotta antifascista, e le sinistre confinate in un ruolo ausiliare e comprimario. E difficile da capire è in quale humus affondi le sue radici la rinascente tensione eversiva della destra populistica in Europa. La destra classica è sempre stata conservatrice per via della sua stessa natura. Composta in gran parte da piccoli e grandi proprietari di beni mobili e immobili, desiderosi in primo luogo di mantenerli, ed in secondo di accrescerne valore e profitto, la destra conservatrice ha poco o nessun interesse al cambiamento, e un sacrosanto terrore dei grandi rivolgimenti. Desidera piuttosto che le cose continuino sempre allo stesso modo (e cioè bene per essa, e pazienza per gli altri) ed è pronta persino ad impegnarsi in costose opere di beneficenza, se questo serve alla pace sociale. In un ordinamento politico di tipo democratico questa destra sarà sempre minoritaria, perché minoritaria è per forza di cose la classe dei proprietari. Sarà quindi sempre costretta ad allearsi con altre forze politiche maggiormente in grado di raccogliere consensi tra le masse. Per via di questa necessità, la destra conservatrice non può sottrarsi al dialogo e al compromesso con le altre forze politiche e sociali, ed è così portata a coltivare capacità di adattamento e virtù di tolleranza. La destra fascista è invece per sua natura eversiva. È composta per la maggior parte da nullatenenti che poco hanno da perdere, e tutto da guadagnare, e per ciò stesso disposti ad imbarcarsi anche nella più rischiosa delle avventure. All’interno di un ordinamento democratico questa destra vince solo quando riesce a mobilitare direttamente le grandi masse. Per far questo ha bisogno di indicare ad esse un comune nemico, sia esso il sistema “demoplutogiudaico” o più banalmente un comunismo galattico che spazia da Bin Laden fino ad Enzo Biagi. Nel ventennio, la base di massa della destra eversiva era in gran parte composta da reduci insoddisfatti della Grande Guerra, poco disposti a riprendere la vanga in mano dopo aver conquistato in battaglia i gradi di generale o di colonnello. Gente capace e addestrata al comando, ma senza mezzi per esercitarlo. Con una sola speranza: strappare i posti di potere a chi in quel momento li occupava. In altre e più proprie parole: l’eversione dell’ordine costituito. Oggi che difettano i reduci di guerra, esistono tuttavia nuove generazioni, provviste di titoli di studio, conoscenze e capacità spesso superiori a quelli dei loro padri, e tuttavia estromesse dal mercato del lavoro, prima ancora che dai posti di comando, a dispetto della loro bravura e del loro talento. Uomini che non possono spendere la loro gioventù, seppur dilatandola fino ai quarant’anni, nella ricerca di sottoccupazioni conquistate troppo tardi perché possano diventare carriere, e questo mentre i posti che competerebbero loro restano indegnamente occupati da chi non ne avrebbe i titoli. Sui risentimenti dei giovani così ricacciati al rango di lumpenproletariat, si innesca dirompente il contatto fisico e quotidiano con il sottoproletariato reale: immigrati senza mezzi di sostentamento, coetanei autoemarginatisi nella droga, criminalità di strada, fuorimercato del lavoro. La tensione verso modelli di vita che si rivelano irraggiungibili è drammaticamente frustrata e costretta a fare i conti con lo squallore della realtà circostante, il rifiuto della quale facilmente degenera in odio dapprima culturale ed infine razziale. Di questa carne di cannone si ciba la destra eversiva. Milioni di posti di lavoro promessi ai giovani. Sì, ma sottopagati e con possibilità di licenziare senza motivo. Non lavoro, dunque, ma altra schiavitù. E poi l’illusione dell’imprenditoria di massa: come se oggi, meglio che ieri, fosse possibile al piccolo competere ad armi pari con il grande. Come se un milione di giovani fosse libero di aprire un milione di piccole televisioni private e queste potessero diventare domani un milione di canali televisivi nazionali. Non libera imprenditoria, dunque, ma lotteria. E i biglietti – truccati – li vende chi già comanda. Questa la destra che oggi avanza, in Italia e in Europa. E senza ostacoli davanti a sé: se non qualche vecchio giornalista (conservatore) che ancora coraggiosamente si ostina a raccontarne le malefatte, o qualche anziano magistrato (conservatore) che ancora esorta a resistere.
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