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Protestano i giudici. di Pantagruel
15 Gennaio
2005
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«In Italia c’è un’anomalia gravissima che è l’eccessiva politicizzazione della magistratura in grado di mettere in discussione lo stato di diritto». Così ha dichiarato lo spolveraculi Cicchitto in margine alla civilissima manifestazione di dissenso posta in essere questa mattina dalla gran parte dei magistrati italiani. Su cosa si basino le sue affermazioni, non si riesce però a capire. Chi infatti vuole «mettere in discussione lo stato di diritto» sono proprio quelle forze che tendono a negare il fondamento stesso dello stato di diritto, e cioè quella separazione tra i poteri che viene offesa quando uno degli altri due poteri, e cioè il Parlamento o il Governo, pretende di interferire dettando alla Magistratura modelli e comportamenti che non sta ad essi dettare. Cosa si intende poi per «politicizzazione»? Avere delle idee politiche? Manifestare pubblicamente il proprio dissenso? Certo non si intende essere iscritti a partiti politici, visto che questo per i magistrati è proibito, mentre ahimè non lo è per parlamentari e governanti, che pure sarebbero anch’essi tenuti a doveri di imparzialità. E allora che cosa si vuole intendere? Che la Magistratura si comporta essa stessa come un partito politico e fa richieste politiche? Ma se tale fosse (e cioè partito organizzato e non movimento di dissenso) allora dovrebbe per forza di cose avere una gerarchia e un leader. Ma chi sarebbe questo leader? Qualcuno è in grado di indicarlo? Noi vediamo che la Magistratura ha in più occasioni espresso e rinnovato la fiducia nel suo Capo istituzionale, e cioè in Carlo Azeglio Ciampi. Allora delle due l’una: o esiste un leader politico occulto e a noi ignoto, ma allora non si capisce come possa la Magistratura allo stesso tempo obbedire a questi e anche al suo Capo. Oppure questo leader è proprio il suo Capo, e cioè Ciampi. Ma chi potrebbe onestamente accusare Ciampi di parzialità di qualsiasi tipo? E a proposito di parzialità. Si accusano spesso i magistrati di non essere nelle loro pubbliche dichiarazioni sufficientemente imparziali. Si dimenticano però, coloro che fanno queste accuse, che son magistrati non solo i giudici, ma anche i pubblici ministeri. Se per i primi l’imparzialità è un costume e un dovere, per i secondi lo è al contrario la parzialità, e cioè lo stare nettamente schierati da una ed una sola parte, e cioè dalla parte dello Stato offeso contro i criminali di ogni genere e specie. Bene fanno, quindi, in quanto rappresentanti dell’accusa, ad accusare pubblicamente, non meno di quanto bene faccia la difesa a difendere i propri assistiti, altrettanto pubblicamente. Ancora: se fosse vero che la Magistratura intera è e si comporta come un partito politico, come mai (oltre a non avere un leader) essa non presenta candidati alle elezioni? L’unico pubblico ministero candidatosi, a nostra memoria, è Antonio Di Pietro, che pur con tutti i suoi difetti ha avuto il buon gusto preventivamente di dimettersi. Quanti altri hanno saputo tagliare in modo così netto con attività professionali in sospetto di conflitto d’interesse? E che partito mai sarebbe quello che non ha un leader e non si presenta alle elezioni? Il tergichiappe Cicchitto dica allora a chiare lettere: a) in cosa consisterebbe la supposta politicizzazione della Magistratura italiana; b) in che modo l’aver scelto come propria bandiera la Costituzione Italiana possa mettere in discussione lo stato di diritto che quella stessa Costituzione istituisce e definisce. Ci dica anche cosa intende per «buona riforma»? Una riforma che non piace ai suoi beneficiari e che viene persino rimandata alle Camere? E se quella è una buona riforma, cosa dev’essere allora una cattiva riforma per esser definita tale?
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