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Riccioli
e pampini
28 SETTEMBRE 2006
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Marcus, posato lascivamente il mento sul calice della mano destra, non cessava di osservare con attenzione i rudi lineamenti del volto di Barbara, la giovane compagna con cui divideva quel giorno il tavolo del ristorante. Le pietanze erano state ordinate, ma Marcus si era riservato di scegliere i vini qualche minuto più tardi, quando avesse infine compreso quale tra le tante promettenti bottiglie sarebbe entrata in perfetta sintonia con l’elegante animale che gli stava davanti. Era un gioco che gli riusciva con estrema facilità, scegliere il vino più consono alla donna del momento, e raramente sbagliava. Ma questa volta la sfida si stava rivelando estremamente complessa. Chi ancora si ostina ad abbinare i vini con il cibo, piuttosto che con le persone, avrebbe detto che Barbara pareva quasi un cru di cioccolata caraibica, di fronte al quale il ventaglio delle possibili scelte spazia tra una, nessuna o centomila. Quant’era stato più facile con Elizabeth: i lunghi capelli biondi le spumeggiavano sulle spalle indubitabilmente candide di Müller Thurgau, ma che tra qualche anno sarebbero state sufficientemente mature per un Cartizze. Al primo sorso i due si innamorarono a tal punto che Marcus credette d’esser quasi un terzo incomodo: l’oro del bicchiere le accendeva di un tenuissimo rosa le guance, che riflettendosi sul cristallo viravano lievemente in ocra il giallo paglierino di quel vino insieme così fragile e così superbo. Anche per Laura non c’era voluto più d’un secondo: forte di corporatura e nera di capelli, l’avresti detta una ragazza di campagna, se non fosse stato per quel sorriso cinematografico al cui accendersi tutto il resto del volto, come un’orchestra dinanzi al direttore, s’inchinava ad assecondarne l’indicibile grazia. E a quel punto a Marcus non restava che volgere appena lo sguardo al maître, ben sapendo che egli non avrebbe potuto ordinare altro se non un Laudato Malbech di almeno dieci anni. Lei ci si riconobbe subito, in quel nettare che dai forti e ben radicati sentori silvestri riusciva con gran sprezzatura ad evolvere verso morbide sensazioni di attualissima eleganza. E ci si tuffò. Silvia, poi, pareva quasi che avesse addosso l’etichetta, invece che il vestito. Simpatica e ciarliera, estroversa e seducente più d’una gatta, pronta più al sì che al no e ignara del forse, compagna ideale di letto e di barca, corpo slanciato e perfetto sotto un viso tondo rallegrato da una spruzzata di lentiggini e da una chioma fortunatamente nemica d’ogni parrucchiere, che nulla avrebbe potuto aggiungere alla luce di quel cespo di scurissimo castagno dai vaghi riflessi rossastri, era così perfetta per quel vino che più d’una volta era capitato che il cameriere, anticipando l’ordine di Marcus, servisse esattamente in tavola un giovanissimo Marzemino. A Silvia bastava portare quel nero liquore alle labbra perché entrambi frizzassero in esatta sincronia, mentre i discorsi e i sorrisi finivano per accavallarsi e moltiplicarsi... Ma Barbara? Barbara, enologicamente parlando, era un’extraterrestre. I piatti d’apertura stavano per giungere in tavola e Marcus ancora spiava l’ossatura androgina della sua compagna, il viso squadrato che sorreggeva l’ardita chioma avvolta a spirale e fermata da una coloratissima penna d’ararà, il trucco perfetto ma ancora visibile. Nella testa di Marcus mulinavano bottiglie di Cuvé di Cabernet, Blanc de Blancs, Lagrein, Refosco, Sauvignon, ma il vorticoso turbinio non s’arrestava su alcuna etichetta in particolare. Marcus cominciò a sudare: mai gli era capitato di non saper abbinare un vino a una donna. E nessuno al mondo poteva vantarsi di conoscer meglio entrambi. C’era una sola possibile spiegazione, pensò, osservando il foulard che Barbara portava ben stretto al collo, forse per dissimulare l’escrescenza di un pomo d’Adamo. Lasciò cadere il tovagliolo, per inchinarsi e guardarle meglio le scarpe, forse tre misure più grandi per una donna di quella taglia. E le spalle, così larghe... Barbara era un uomo. Non poteva essere altrimenti, o lui non era più quel conoscitore di donne e di vini che la sua cerchia d’amici ammirava e invidiava. E se ne convinse tanto che gli parve di intravedere persino qualche pelo di barba, sotto il fard. Marcus prese a sudare ancora di più. Quando il cameriere, posati i piatti sul tavolo, nuovamente l’invitò a scegliere il vino, Marcus era come immobilizzato sulla sua sedia, con lo sguardo vitreo indirizzato sul nulla. Si risvegliò come da un sogno. — Cosa desidera bere la signora? — chiese garbatamente il cameriere. — Il signore — lo corresse Marcus, — il signore non so cosa beva... ma certo non riuscirà a darla a bere a me! Pronunciate queste parole si alzò di scatto e, buttata qualche banconota sul tavolo, infilò la porta tra lo sguardo stupito del cameriere e quello tra imbarazzato, furioso e indignato della sua (del suo?) ospite.
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