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Robinson Racconto
1 DICEMBRE 1996
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| Ormai
vivo sull’isola. Sono già due anni. Non che l’abbia voluto, non che l’abbia desiderato – almeno coscientemente – ma è successo. E se sono un uomo libero, senza padroni, libero di pensare o di non pensare, di amare o di non amare, lo devo al cielo, al mare, ai silenzi di questo piccolo brandello di terra che giorno dopo giorno mi è entrato nel sangue, mi ha fagocitato, trasformandomi in un piccolo frammento di se stesso. E che avrei potuto invece dire di me, quando venni per la prima volta sull’isola? Impiegato da sei anni a vendere automobili in una scassata concessionaria del vercellese, sputavo otto ore della mia giornata a creare libertà e ricchezza per il mio principale. Per lui che poteva permettersele, le ferie in Sardegna, ché il suo tempo libero glielo avevo liberato io, lavorando al suo posto, ed anche i conti d’albergo gli pagavo io: in moneta, in rabbia, in umiliazioni, in fatica. E tuttavia quell’anno ebbi anch’io le mie ferie. Sardegna, naturalmente, come il mio principale. Un po’ fuori stagione, s’intende, ma è vero che a Settembre c’è meno affollamento, e i prezzi tendono a ritornare verso il loro luogo naturale, che solitamente si trova assai più in basso di quello che vengono abusivamente ad occupare quando il sole di Luglio e d’Agosto abbaglia le pietre e le sabbie dell’arcipelago di La Maddalena. Gettato quasi per caso lungo la stretta vena tralucente che separa la Sardegna dalla Corsica, l’arcipelago è formato da sette isole più grandi e da qualche decina di scogli minori. Schegge di granito disabitate dal giorno in cui nacquero, tranne La Maddalena: diecimila abitanti e una lunga storia da raccontare. O dolce amico mese di Settembre, che vedi il turista lentamente trasformarsi da merce inflazionata, sovrabbondante, in bene sempre più raro e prezioso; o aurea legge della domanda e dell’offerta, che per te anche il più sparagnino dei Maddalenini dimentica di avere i zini in tasca e lascia che emerga quel poco che ancora in lui resta dell’antico culto dell’ospitalità, un tempo tradizione di questi luoghi. Grazie a voi vissi due settimane da vero nababbo, circondato con mille attenzioni da zio Nicolino, l’albergatore, e da zia Teresa, rumorosissima moglie quanto eccelsa cuoca. E pian piano, vuoi per la bontà del cibo, vuoi per quel senso di padronanza del mondo che solo il lungo oziare sa infonderti, lo spelacchiato gatto da cortile ch’era in me andava pian piano rizzando, seppure effimera, la fulva e fluente criniera del leone. E da leone vivevo infatti questo mio breve frammento d’esistenza: spiaggia la mattina, pesce fresco a mezzogiorno, amaca e palme al pomeriggio, passeggiata in Piazza Rossa la sera. E io avrei dovuto rinunciare, di mia spontanea volontà, ad un così armonioso inanellarsi di irripetibili piaceri quotidiani? Mai! Ed infatti nell’isola non fui io a decidere di andarci. Fu zio Nicolino, l’albergatore, che mi ci mandò. Gratis e di sua personale iniziativa. Un cortese omaggio che l’hotel offriva ai suoi migliori clienti: una «indimenticabile gita alle meraviglie dell’arcipelago sulla intrepida motobarca Onda del capitan Ulisse, con ricca spaghettata a bordo e canti a suon di chitarra», così almeno recitava, in tono altisonante, il piccolo pieghevole pubblicitario.
Il fatto non successe a Razzòli, la più lontana tra le isole di parte italiana, e neppure a Budelli, dove sostammo per il pranzo a ridosso della spiaggia del Cavaliere. Accadde a Spargi, forse la più vicina, credo a neppure un miglio dalla costa. La motobarca Onda attraccò con la manovra sicura di chi pratica da una vita gli stessi quattro metri di banchina, e in un istante la folla coloratissima ed eterogenea dei passeggeri si riversò lungo le candide spiagge di Cala Corsara. Qualcuno si diresse verso un piccolo chiosco-ristoro situato nei pressi del molo d’ormeggio, altri presero la via delle vecchie cave di granito, per conquistarsi un punto elevato da cui scattare le ultime foto della giornata. Io, animato dai medesimi intenti, mi inerpicai lungo un sentiero scosceso, appena tracciato tra gli arbusti spinosi del mirto e del lentischio. Forse fino ad allora non avevo mai ben valutato le mie forze, o forse fu l’inconscio desiderio, conquistando una posizione più elevata, di staccarmi da quella massa vociante. O forse, più semplicemente, mi rincuorava la presenza stessa del sentiero, dove le inequivocabili tracce del passaggio di una capra certificavano come l’isola fosse dopo tutto un luogo abitato. Un lembo, per quanto discosto, di patria, dove pur sempre ancora vigevano quelle leggi e quelle garanzie che il nostro Stato si premura di assicurare in ogni angolo del territorio ai propri cittadini. Arrivai in cima al piccolo colle (seppi poi di essermi arrampicato fino a 122 metri d’altezza). Stetti per una buona mezz’ora ad ammirare lo straordinario paesaggio che si stendeva sotto di me, godendo del senso di padronanza assoluta che tale vista mi dava. A Sud la Sardegna, quasi bruciata nell’ardente controluce del tramonto. A Nord le bianche falesie di Bonifacio. Giù, in mezzo, come perle accese di pochi ma ben scelti colori, le isole dell’arcipelago. E barche, decine di barche, che lentamente tornavano ai porti intrecciando sul mare lunghissime scie. Fu in quel momento, mentre seguivo con lo sguardo le vele rossastre di un ketch solitario, che vidi l’intrepida motobarca Onda, capitanata dal comandante Ulisse, sorpassare con ardita manovra il panfilo e virare con decisione la prora sulla via del ritorno. Guardai l’orologio. Le venti e trenta. Si erano dimenticati di me! Scattai in piedi e disperatamente, quasi ruzzoloni, discesi verso il molo. Buttai la borsa frigorifero, i quotidiani, la macchina fotografica. Quindici minuti dopo ero sulla spiaggia, dalla quale anche l’ultima delle barche private aveva ormai mollato gli ormeggi. Qualche bottiglia vuota ed una lattina che un gabbiano cercava in vari modi di afferrare erano le uniche restanti tracce d’umanità. Il chiosco sul molo era chiuso, serrato da un lucchetto rugginoso che pareva non dover esser mai stato aperto. Il sole, basso sui monti di capo Falcone, dopo aver tanto a lungo beato la giornata ai bagnanti era prossimo a concedersi anch’esso il meritato riposo. Mi ritrovai solo. Solo con l’isola. Senza neppure immaginare quanto poi mi sarebbe stato difficile abbandonarla.
Da principio la cosa non mi spaventò. Anzi, devo dire che dentro di me, nella parte più profonda di me, la cosa, tanto diversa dalla solita vita di ogni giorno, per un breve intenso attimo quasi mi eccitò. Dopo tutto, pensai, sarà l’avventura di una notte, di una splendida notte, tra l’altro. Le stelle in cielo, quasi moltiplicatesi, accendevano di riflessi violacei un mare straordinariamente quieto, mentre in lontananza si specchiavano le luci di Palau e di La Maddalena, insieme al lampeggiare ritmico e insistente di cento fanali. Impiegai del tempo, ma infine riconobbi i fari di Punta Sardegna, di Guardiavecchia, di Capo d’Orso. La vicinanza della terraferma mi rincuorava. Mi disposi quindi a passare la notte, acconciando un sommario giaciglio sotto la tettoia di una vecchia costruzione militare che alcuni intraprendenti Maddalenini, quelli con i zini in tasca, avevano trasformato in un estemporaneo ma certo redditizio chiosco-bar. Tornai indietro a recuperare la borsa-frigo. C’era ancora della frutta che mangiai dapprima quasi distrattamente, poi sempre più avidamente. Il rumore del mare mi fece pian piano addormentare.
L’alba del giorno successivo giunse annunciata dallo stridio dei gabbiani, inondando il mare e le terre di colori mai visti prima in natura. Mi buttai in acqua provando una straordinaria sensazione di sicurezza e di libertà. Vi rimasi a lungo, sguazzando come un bambino. Uscii e mi distesi sulla sabbia. Non avevo fatto colazione, e sentii ben presto pizzicarmi lo stomaco. Decisi che non avrei potuto restare senza nutrirmi fino all’arrivo della motobarca Onda, con cui coincideva solitamente l’apertura del piccolo bar. Presi dalla borsa il vecchio cavatappi a leva e forzai con quello i deboli serramenti del chiosco (avrei ripagato i danni, s’intende!). Dentro trovai una grande quantità di bevande (acqua e birra, per lo più), qualche confezione di pane affettato, scatole di biscotti. C’era anche del caffè, con un piccolo fornellino a gas ed una grossa caffettiera, che valutai capace di oltre 24 tazze. Non trovai fiammiferi: dovetti rinunciare al caffè e accontentarmi dell’aranciata con dei biscotti. Diverse barche incrociavano all’orizzonte. Qualcuna tentava di accostare alla cala, ma subito se ne allontanava, in cerca di approdi più protetti dal vento teso di scirocco, che intanto aveva cominciato a soffiare e frangeva con sempre maggior violenza le onde sulla spiaggia bianchissima, fatta di minuscoli frammenti di conchiglie e di granito. Per tutto il giorno il vento crebbe di intensità, tanto che fui costretto a cercare riparo dentro il chiosco, e nessuna barca accostò. Alle diciannove e trenta, puntuale, la motobarca Onda passò a pochi metri dalla riva. Il capitano Ulisse illustrò nel suo sgangherato italiano le bellezze dell’isola ai turisti, scusandosi dagli altoparlanti per «le improvvide condizioni del mare che purtroppo rendono impossibile l’approdo». Al mio forsennato sbracciare, un centinaio di escursionisti entusiasti rispose con larghi e amichevoli cenni di saluto, subito seguiti da raffiche di pellicola e teleobiettivi. Dormii dentro il chiosco, mentre l’eccitazione del giorno precedente cedeva via via il passo ad una sempre meno controllata e insistente agitazione.
Mi risvegliarono gli schizzi d’acqua salmastra che un vento ormai degno del nome di bufera trasportava fin dentro il mio riparo sul molo. Quel giorno non si videro barche in mare. La motobarca Onda neppure lasciò il porto.
Il giorno successivo si verificò in me quel curioso fenomeno per via del quale non c’è uomo che, impossibilitato per lungo o breve periodo all’azione, non riversi tutte le proprie forze ed energie all’interno della propria mente scoprendosi, sia pure per un breve istante, pensatore e filosofo. Meditai a lungo sulla mia situazione. Non ero Crusoe, marinaio che sapeva di venti, di mari, di pesca, di sopravvivenza. Lo fossi stato, chissà, avrei attraversato a nuoto lo scarso miglio che separava l’isola dalla costa, avrei acceso falò più luminosi di qualsiasi faro, avrei costruito una zattera, avrei piegato ai miei bisogni una natura ogni giorno sempre più ostile... Ma ero un impiegato, cari miei, e la natura non era che il mio nuovo principale. E per chi l’impiego ce l’ha nel sangue bastano poche ore, pochi giorni passati a ripetere gesti sempre uguali, con orari uguali, in luoghi uguali, ed ecco come d’incanto che il mondo intorno si trasforma in una sola grande, immensa scrivania, e il più selvaggio dei luoghi in un grigio ma confortevole ufficio. Così, pian piano, quasi senza accorgermene, l’isola divenne la mia nuova vita, il mio nuovo lavoro, il mio nuovo impegno quotidiano. Anche dopo il venti di Settembre, quando, come precisava il pieghevole a colori che ritrovai sgualcito in una tasca dei calzoni da bagno, «la motobarca Onda sospenderà il servizio di escursioni alle isole che riprenderà regolarmente la prossima stagione a partire dal giorno 18 Giugno». Dovetti adeguarmi al rigido regolamento aziendale. Imparai a pescare, prima con una trama di filo e una spina, poi con i brandelli delle vecchie reti che il mare sospingeva a riva. Trovai tre sorgenti d’acqua dolce. Lasciai crescere la barba e i capelli. Sempre più spesso mi sorprendevo a girare nudo per l’isola. Non riuscii mai ad accendere il fuoco strofinando i legnetti, così come dicono di saper fare i boy-scouts. È una di quelle cose che credo funzioni solo sui libri: giuro che se mai mi capiterà di incontrare uno di quegli imberbi esploratori lo sfiderò ad accendere in quel modo il fuoco sotto la caffettiera che ancora conservo. Per riuscirvi dovetti smontare il meno costoso tra gli obiettivi della mia macchina fotografica, fino ad estrarne cinque piccole lenti di cui tre di tipo convesso, con le quali mi fu possibile concentrare su un pezzo di carta i raggi del sole. Cucinai così un’infinità di conigli, dopo che seppi vincere la mia cittadina ripugnanza ad ucciderli, a scuoiarli e a mangiarli. Per tutto dicembre mi nutrii delle bacche del mirto; dovunque abbondavano funghi, pinoli, rosmarino.
Avevo ormai preso l’abitudine di trascorrere gran parte della giornata sui versanti dell’isola più riparati dal vento, quelli che ad un’eventuale imbarcazione sarebbero stati più propizi all’approdo. Solo cinque volte fui avvistato da pescatori di passaggio: risposero con fraterni cenni di saluto ai miei disperati segnali per poi volgere nuovamente, sorridenti, lo sguardo alla prora. Naufrago io? Ma no. Non ero neppure un vero naufrago. Mai posseduta una barca, lo giuro!, e quella sulla quale quasi controvoglia mi ero imbarcato non era affatto naufragata. Felicemente chiusa la ricca stagione, probabilmente la motobarca Onda era lì a rifarsi bella, in secca su qualche molo del porto, mentre l’intrepido capitano Ulisse sperperava al bar con gli amici il frutto di una fortunata stagione di lavoro. Disperso? Certo... forse era questo il termine esatto... Ma disperso da chi? Scapolo, sporadici rapporti con gli amici e con lontani parenti... Chissà, forse il mio principale... forse lui mi stava cercando... Ma senza troppa fretta, credo.
Pochi altri animali hanno le capacità di adattamento dell’uomo. L’uomo si abitua a tutto, anche a ciò che solo un istante prima gli sarebbe parso inaccettabile o impossibile. L’uomo impara a vivere senza un braccio, e poi senza tutte e due le braccia, e poi senza le gambe. Tutto impara, per non morire. Gennaio e Febbraio passarono tra vere e proprie tempeste, segnati da un vento gelido di tramontana carico della neve che già imbiancava le cime alte della Corsica. Che gli ambientalisti mi perdonino, se oggi il versante meridionale dell’isola di Spargi presenta qualche discontinuità nella vegetazione. Buona parte di quella provvidenziale macchia mediterranea servì in quei giorni per mantenere la temperatura del mio corpo entro i valori vitali.
A Marzo avvenne ciò che per mesi avevo desiderato e sperato, o così almeno credetti. Intesi dapprima il sordo ronzio di un piccolo motore fuoribordo, che riconobbi subito come proveniente dal versante orientale dell’isola, forse da Cala Ginepro, o da Cala Ferrigno. Vidi dall’alto il piccolo gommone di colore chiaro accostare lentamente all’interno dell’insenatura, quasi sospeso sull’acqua, limpida e tersa come l’aria ormai primaverile. Sull’imbarcazione un ragazzo di forse vent’anni. Due giovani donne che erano con lui non cessavano di commentare con piccole grida l’incanto dello scenario naturale, ormai per me fin troppo quotidiano e scontato. A un metro dalla riva l’uomo spiccò un balzo. Afferrò il piccolo natante per la maniglia di prua e lo tirò in secca, mentre le ragazze portavano gioiosamente a terra due grandi e colorate borse, il cui contenuto supposi di rilevante interesse gastronomico. Sei mesi prima non avrei certo esitato! Sarei uscito urlante dai cespugli, gridando aiuto, abbracciando e baciando i miei salvatori. E adesso ero invece quasi timoroso, riluttante a mostrarmi, incerto se por fine o no a quella che – dopo tutto – in questi ultimi mesi era stata, nel bene e nel male, la mia vita. E osservavo quei ragazzi, intensamente, compiendo un smisurato sforzo per riuscire a considerarli come miei simili. Simili in cosa? Il mio aspetto era certo tale da indurre anche il più ben disposto tra gli specchi a disertare dal suo ingrato compito. Carbonizzato dal sole, la barba ispida e stopposa per il tanto mare, il viso grinzito dalla salsedine... Nulla nelle mie e nelle loro sembianze avrebbe potuto attestare l’appartenenza a una medesima specie. Mentre ero fra me e me assorto in queste ed altre simili considerazioni intesi un urlo lacerante, il più spaventoso grido di donna che avessi mai udito in vita mia, reso ancora più straordinario e assordante per essere stato preceduto da tanti e tanti mesi di quieto silenzio. Una delle due ragazze mi aveva intravisto dietro il cespuglio, e aveva gridato. In pochi secondi, abbandonate le borse sulla spiaggia, i tre furono nuovamente sul gommone. Un minuto dopo non furono che un minuscolo puntino sull’orizzonte.
Fu il mio ultimo giorno di solitudine. Già l’indomani giunse in poche ore sull’isola tanta gente quanta non se ne vide mai in un’intera stagione. Un battello della Capitaneria di Porto della Maddalena sbarcò sei marinai, che subito si diedero a perlustrare scrupolosamente l’entroterra. La Guardia di Finanza approdò con la più grande delle sue motovedette, dalla quale scesero sedici uomini con quattro cani addestrati al guinzaglio. E poi pescatori, curiosi, diportisti, giornalisti, cameramen, turisti. Il mostro! Parlavano del mostro. E ci volle un po’ per capacitarmi che il mostro in questione ero io. Che il miglio o poco più che separava l’isola dalla terraferma era stato sufficienti per ingrandire a dismisura il racconto dei tre ragazzi. Per la prima volta, braccato come un animale, ebbi paura. Paura dei miei salvatori. Fortunatamente nessuno conosceva l’isola meglio di me, che ne avevo percorso e ripercorso ogni anfratto, ogni sentiero, ogni arbusto, ogni insenatura, ogni grotta. Riuscii a sfuggire per dieci giorni, durante i quali il numero dei miei nemici andò via via crescendo, mentre il piccolo molo di Cala Corsara straripava di barche all’ormeggio e alla fonda.
A trovarmi fu una ragazza minuta e con gli occhiali, timida ed educata, che mi chiamò «signore»! Lavorava a La Maddalena, per l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo. Era anche lei lì per la caccia al mostro, e il discorso che mi fece fu estremamente chiaro e pacato. «Signore,» mi disse, «sono dieci giorni che lei è in prima pagina sulle televisioni e sui giornali di mezzo mondo. Una sua foto vale da sola decine di milioni. Grazie a lei quest’anno la stagione turistica è iniziata con due mesi d’anticipo, e sotto i migliori auspici. Gli alberghi sono pieni e le barche trasportano centinaia di persone che non desiderano altro che vederla, fotografarla. Noi abbiamo bisogno di lei, signore, e l’ente da cui dipendo sarebbe anche disposto a compensarla in qualche modo, se dovessimo raggiungere un accordo...».
Il capitano Ulisse ora ha una nuova motobarca. L’altra non riusciva a contenere turisti e famiglie in cerca di inedite emozioni. Vedo sempre la ragazza dell’Azienda di Soggiorno. Ogni giorno mi porta i pasti caldi e stiamo contrattando per un fisso mensile, più una quota percentuale sulle presenze e sull’indotto. Io sto bene, vivo a contatto con la natura e prima o poi sull’isola costruirò la mia casa, con un grande studio a pianterreno e la terrazza sul tetto. Il mio nuovo lavoro purtroppo non ha ancora un nome, anche se penso possa rientrare nella categoria degli operatori turistici, terziario avanzato, per intenderci. Naturalmente, anche a causa dell’assoluta mancanza di strade sull’isola, non mi occupo più di automobili.
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