|
Arriba
Fidel! 17
NOVEMBRE 1996
|
| E
bravo Fidel! E noi che pensavamo che la politica fosse morta. Vivendo nel
paese dei quacquaracquà, con un governo di quacquaracquà che gioca a
combattere un'opposizione di quacquaracquà, che non si fa in tempo a
metterli in galera che si suicidano peggio dei quacquaracquà, che stan
chiusi sei mesi per metter su una finanziaria da quacquaracquà, chi
l'avrebbe mai detto che la politica potesse avere ancora un senso? Chi
avrebbe mai pensato che cinque minuti di parole infuocate, pronunciate dal
barbuto habanero alla Conferenza mondiale FAO, avessero ancora la forza di
cambiare il corso delle cose, di salvare dalla morte per fame qualche
milione di persone? Onore a Fidel. Il comunismo sarà anche morto, ma la lezione di dignità che arriva dal vecchio combattente è ancora viva. Capitalismo e libero mercato sono cose bellissime, se ti è dato di goderle in Norvegia o in Olanda. Ma nei paesi «capitalisti» dell'America Latina, il libero mercato è ancora e soltanto quello delle vite umane: che vuol dire essere uccisi da bambini, prostituiti da ragazzi, sfruttati da adulti, maltrattati da vecchi. Quelli che ci arrivano. E una borghesia filoyankee, che svende il sangue dei suoi concittadini per una manciata di privilegi, per un ridicolo benessere da telenovela, recitato tra i marmi finti di quattro palazzacci in muratura assediati da milioni di baracche di cartone e di lamiera. E in questo teatrino, dove i ricchi la fanno da padroni e i poveri la fanno da servi, Fidel canta da quarant'anni la sua musica stonata: quella di un paese grande quanto l'Inghilterra, povero ma non servo, padrone anche se non ricco. Un popolo in guerra: contro la fame, prima ancora che contro lo straniero. E una guerra combattuta non in Africa o nel lontano Oriente, ma a due ore di motoscafo dall'America opulenta dei signori. Per ricordarci che povertà e miseria non sono sinonimi, ma due modi diversi di vivere il medesimo dramma: coscientemente, combattendolo, o passivamente, come un inevitabile destino. Cuba è un miracolo. Impedita nell'industria e nei commerci, con un'economia regredita al primario, privata persino della pur debole stampella sovietica, Cuba offre ancora oggi ai suoi cittadini un livello di vita parecchi gradini più in alto di qualsiasi altro paese dell'America Latina, con la più bassa mortalità infantile, la più alta aspettativa di vita, la massima alfabetizzazione e scolarizzazione. Cuba è un miracolo, e Fidel è l'autore del miracolo. E se persino il Papa è interessato a discuterne, di vero miracolo evidentemente si tratta. Oggi Fidel è a Roma. E non a caso. Alcune imprese italiane, aggirando in vari modi l'embargo, operano da alcuni anni a Cuba, portando un po' di sollievo alla disastrata economia isolana. Il governo degli Stati Uniti ha più volte protestato, e più volte i nostri quacquaracquà hanno italianescamente fatto finta di non vedere e di non sapere, rinviando il problema. Ma adesso è tempo di prendere decisioni. Da popolo adulto, non da quacquaracquà. Le imprese italiane hanno dimostrato di essere in grado di aiutare l'economia cubana: senza elemosine, con reciproco profitto. I cubani hanno mostrato di gradire, e vorrebbero dar vita a un flusso permanente di scambi. Possiamo aspettarci una risposta, positiva o negativa, ma comunque chiara e certa, da chi ci governa? Riusciranno i nostri cicciobelli a non perdere la splendida occasione per dimostrare che anche un paese come il nostro, con un governo come il loro, può avere il diritto di perseguire una propria politica estera? |
|
| Home Page | Fine della lettura | |