KasuMarzu

Il costo della politica
di Panurge

21 DICEMBRE 1996
 


da KasuMarzu prima serie

 

Il gerarca nazista Goebbels, quando sentiva parlare di cultura, diceva di portare istintivamente la mano alla pistola. Noi, che pure i gerarchi non li abbiamo mai amati, quando sentiamo Massimo D'Alema parlare di «costo della politica», istintivamente portiamo una mano al portafoglio, e l'altra a ripararci le natiche.
Con la vittoria al referendum popolare contro il finanziamento pubblico ai partiti, pensavamo di esserci sbarazzati della vergogna di un pizzo che costringeva gli oppressi a mantenere nel lusso i loro aguzzini. Ma c'eravamo sbagliati. I nuovi padroni, fino ad ora solo appena un po' più educati dei precedenti (mangiano lo stesso, ma con la bocca chiusa), ora bussano a quattrini. E, quel che è peggio, vorrebbero convincerci dell'utilità della spesa: non si tratta di dar soldi ai partiti (per carità!), ma di contribuire a sostenere il «costo della politica». Con lo 0,4% delle entrate tributarie dello Stato.
Cosa sia poi questo «costo della politica» (non vorremmo sembrare scortesi, ma negli ultimi anni ci pare di averlo pagato ben più d'una volta), nessuno lo ha mai spiegato. Vorremmo quindi provarci noi.
La politica, intesa come gestione e amministrazione dello Stato, ha certamente un costo. Ce l'ha sia che si debba mantenere una casa regnante, sia una presidenza e un parlamento. Il fatto è che quel costo noi lo sosteniamo già. Tant'è che ogni presidente ha sempre avuto il suo appannaggio e ciascun parlamentare la giusta indennità. Abbiamo riconosciuto una paga ai sindaci e un compenso agli assessori. Son pagati, chi più chi meno, anche i dipendenti dello Stato. E son pagati gli edifici pubblici, e le auto, e i telefoni. Son pagate le borse e pure i portaborse. Non c'è istituzione o branca dello Stato costretta prestare gratuitamente la propria opera. Chi fa politica, ossia chi si occupa dell'amministrazione e del governo dello Stato, è ampiamente retribuito e non deve sopportare di tasca sua alcun costo.
E allora, qual è il problema? Il problema è che quando D'Alema parla di «costo della politica», intende più propriamente parlare del «costo dei partiti», nello specifico del «costo del suo partito», l'unico di grandi dimensioni rimasto. Che anche l'attività di un partito, specie se grande, abbia un costo, questo ci pare nella naturalità delle cose. Quel che ci pare innaturale è che questo costo debba ricadere sulla collettività. Se è vero che i conti dello Stato son fatti nostri, i conti del piddiesse o di forzitalia son fatti loro: del garzone di Gallipoli o del baùscia di Arcore. Fatti nei quali noi né c'entriamo, né vorremmo entrarci.
«Ma la politica si fa nei partiti!», strilla il nazibaffista in bolletta. Non è vero: la politica si fa nelle istituzioni dello Stato, non nei partiti. Che istituzioni non sono, bensì libere associazioni di quei cittadini che, più che far politica, in realtà aspirerebbero a farla. Chiunque è libero di costituirsi in un partito, ma a spese sue. Questo almeno è ciò che recita la Costituzione, e si capisce perché D'Alema non veda l'ora di cambiarla.
«Non si può immaginare una politica senza partiti!», continua l'azzimato ducetto. Non si può immaginare neppure un'economia senza imprese, ma è anche vero che ciascun impresario si paga la sua, non pretende che sia lo Stato a sobbarcarsene i costi.
«Ma la politica ha costi altissimi», ribatte il parrucchiere delle Puglie, intendendo con ciò dire che il suo partito ha costi altissimi.
Affari suoi. Solo in Italia i partiti hanno costi altissimi, perché solo in Italia esistono partiti come li intende D'Alema, e cioè apparati fisicamente presenti sul territorio con sedi, sezioni, funzionari, telefoni, automobili e tutto l'armamentario di una grande impresa. Altrove i partiti son poco più che un'idea e una bandiera, e l'appartenere ad una parte o all'altra è un po' come dichiararsi interista o juventino, senza per questo dover mantenere nel lusso una pletora di sfaccendati, rischiando magari che qualche Folena finisca per sbaglio in Parlamento.
Negli Stati Uniti i partiti non hanno una sede, e tantomeno un numero telefonico sull'elenco: soltanto sotto elezioni si affitta qualche grande albergo e si attivano le linee telefoniche, naturalmente a spese dei candidati. Ma anche in Europa le costose organizzazioni dei partiti italiani sono a dir poco inconcepibili, così come inconcepibile è l'idea stessa che possano esistere dei giornali quotidiani di partito (mantenuti però dallo Stato), e che qualcuno si rechi in edicola ad acquistarli.
Il partito-apparato è una realtà solo italiana. Una specificità del nostro paese storicamente determinata dalla presenza della Chiesa, per combattere la quale si rese necessario in passato disporre di strutture politiche in pari misura distribuite sul territorio, con la medesima diffusione capillare fatta di sedi-vescovati, sezioni-parrocchie, case del popolo-oratori e persino di propagandisti porta a porta: l'equivalente dei frati questuanti che battevano palmo a palmo le campagne.
Ma oggi, con le televisioni, i giornali ed il governo nelle sue mani, ha ancora un senso per D'Alema mantenere in piedi un baraccone-partito di tali dimensioni e di tali smisurati costi? Risposta: non ha senso se questi costi deve pagarli lui, ha invece molto senso se i costi li pagano gli altri, e cioè lo Stato. E così, senza vergogna, votandolo di notte come i ladri, con l'appoggio del nano di Arcore comprato con la proroga delle concessioni televisive, il 20 dicembre D'Alema ha imposto alla Camera il ripristino del finanziamento pubblico ai partiti. Che è come dire che lo Stato paga perché venga mantenuto in vita l'esercito dei suoi nemici.
In attesa che l'Europa prossima ventura spazzi via questa ed altre storture, ci auguriamo soltanto una cosa: che il pizzo del quattro per mille rappresenti un contributo realmente volontario dei cittadini.
C'è solo un modo affinché il diritto a non subire arbitrarie estorsioni sia garantito. Se il legislatore è in buona fede, il 740 dovrà proporre due distinte caselle con le diverse opzioni: «aderisce», «non aderisce». Se la casella sarà una sola, ci saranno le matite giuste, negli uffici giusti, perché i soldi ai partiti diventino cento o mille volte l'importo che il referendum popolare ha suo tempo giustamente cancellato.

 


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