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Ragazzi: occhio al pacco! Ma ce l'avete davvero tutta questa voglia di
lavorare di cui parlano i giornali? Ma sul serio la vostra massima
aspirazione nella vita è un posto in fabbrica o dietro uno sportello alle
poste? Ma è credibile che i bambini da grandi non vogliano più fare
l'astronauta o il cantante e ambiscano invece a una poltrona da bidello, o a
uno sgabello da poltroni? Ma chi ve l'ha raccontato che lavorare è bello?
Chi ve l'ha data a bere?
Io ho ancora vivo il ricordo del mio povero papà, che mentre cacciava da non
so dove i soldi per mandarmi a scuola, mi incitava dicendomi: «Studia,
disgraziato! Se no ti mando a lavorare!». E quando gli insegnanti volevano
offenderci, ci davano del cafone o dello scaricatore di porto, ovverossia
del bracciante agricolo o dell'operatore portuale.
Al cinema i lavoratori non ne uscivano meglio: non solo gli stradini a cui
Alberto Sordi, credo nei «Vitelloni», rivolgeva il celebre gesto
dell'ombrello, ma anche quelli brutti, sporchi e cattivi dei «Tempi
moderni» di Charlot. Ed Enzo Del Re, barbuto cantore napoletano e
lottacontinuista degli anni Sessanta, usava intonare un simpatico motivo
intitolato «Tiengo 'na voglia 'i fa'nniente!», che aveva come preludio una
sottile distinzione filosofica tra il lavoro e la fatica: «Io amo il lavoro,
ma detesto la fatica. La fatica è il contrario del lavoro. La fatica, anzi,
è proprio quella forza fisica che si oppone alla prosecuzione del lavoro».
In quegli anni il lavoro non era particolarmente popolare, tra i giovani.
«Meglio che entrare in banca vado a vendere collanine a Londra», diceva
qualche vecchio amico, che magari oggi le collanine le vende nel centro di
Lucca, di perle e brillanti, e in banca ci entra ogni giorno per versare gli
incassi. «Mollo il lavoro e mi metto a dipingere», diceva qualche altro. E
c'era chi partiva per le Americhe, e chi coi missionari in Africa: tutti
pronti a sacrificarsi e a sopportare le più immani fatiche, pur di non
lavorare.
I pensatori della sinistra predicavano la liberazione dell'uomo dal lavoro.
La destra liberale fantasticava un mondo di sole macchine: galline dalle
uova d'oro che avrebbero fornito all'umanità il necessario per vivere con la
pancia (piena) rivolta verso il cielo e senza lavorare. Anche la chiesa
disprezzava il lavoro: «Guardate gli uccelli del cielo: essi non lavorano,
ma la Provvidenza pensa a loro». E il lavoro era stato la condanna di Adamo,
non il premio.
E voi, invece? Voi che vi mettete in file di
quattro milioni per mille posti all'Intendenza di Finanza? Voi che chiedete
a gran voce non soldi, donne e campi da golf, ma una scrivania e due mezze
maniche? Voi al cui confronto Fantozzi è Humphrey Bogart spericolato
avventuriero a Casablanca? Voi vorreste farci credere che il massimo
desiderio nella vita è quello di imbracciare un piccone e scendere tremila
metri sottoterra in miniera, al buio con cinquanta gradi e l'acqua alle
ginocchia, a spalar carbone per otto ore al giorno, in attesa di morire di
silicosi o di qualche piccolo lord che, a tremila miglia di distanza,
chiamando dal telefonino il suo agente di borsa, chiude in un sol colpo la
miniera e la vita di tutti quelli che ci son dentro?
No, ragazzi. C'è qualcosa che non va. Noi abbiamo lottato perché nessun uomo
debba mai più scendere in miniera, in nessuna parte del mondo. E ci siamo
quasi riusciti, perché abbiamo inventato locomotive che non hanno bisogno di
carbone e macchine da scrivere fatte di plastica e silicio. Abbiamo
cancellato mestieri orrendi come lo «scrivano copista» e il «ragioniere
computista», e le nostre donne non vanno più alla fonte con una brocca da
sessanta chili sulla testa o con un metro cubo di panni da lavare in grembo.
Ragazzi, occhio al pacco! Chi vi promette un milione di posti di lavoro, sta
solo promettendo a se stesso un milione di servitori. Se poi riesce anche a
pagarli poco, tenendoli buoni nella convinzione di essere addirittura dei
privilegiati, tanto di guadagnato: se potrà avere tre domestiche al prezzo
di due, buon per lui, non per le domestiche.
Per fortuna non tutti ci cascano. Massimo, 20 anni, diplomato, batterista in
un'orchestrina a Messina, risponde alle domande di un giornalista
dell'«Espresso» e mostra di aver capito tutto: «A Treviso ci potevo andare,
a saldare montature per occhiali. Un milione e seicentomila. Uno l'avrei
pagato d'affitto, trecento di riscaldamento, il resto per mangiare. E fine
dei sogni. Qui a Messina sto a casa dai miei, vivo bene e suonicchiando
rimedio tre o quattrocentomila per le mie spese. E domani chissà». Perché un
ragazzo dovrebbe svendere se stesso, le sue speranze, le sue inclinazioni, i
suoi affetti per vivere peggio? Per poter dire: «Ho un lavoro»? Ma che
lavoro è, quello che non ti permette di far fronte neppure ai più elementari
bisogni di sostentamento, di renderti in qualche modo indipendente, di
coltivare rapporti sociali? Una volta, si partiva per Torino o per Milano
con un sogno: lavorare, mandare soldi a casa, tornare un po' più ricchi di
quando si era partiti. Oggi chi lascia il paese aspetta da casa i soldi per
vivere, e se ritorna, magari licenziato, è più povero e scornato di prima.
E allora, ch'avimmo a fa'? Ci avimm'a suicida'?, direte voi. No.
Semplicemente dovreste prendere coscienza del fatto che al mondo non c'è
solo il lavoro, ma mille altri modi assai più piacevoli di guadagnarsi
onestamente la vita: esercitando una professione, praticando un mestiere,
gestendo delle attività commerciali, studiando, ricercando, scrivendo
canzoni.
Ecché! Questi non son lavori?, mi sento già strillare nelle orecchie. No.
Questi non sono lavori. Sono professioni, sono mestieri, sono attività, sono
occupazioni, sono tutto ciò che che più vi piace ma non lavoro. Lavoratore
è, in termini marxiani, colui che vende la propria forza-lavoro. Le proprie
braccia, insomma. E il lavoro intellettuale? (già vedo i più furbetti). Il
lavoro intellettuale non esiste: dovrebbe essere la vendita della propria
intelligenza. Ma un'intelligenza disposta a vendersi è un'intelligenza assai
poco intelligente, e certo non ha un gran mercato.
Il travisamento semantico del termine
«lavoro» risale agli anni Settanta. Sindacati di regime in crisi di
credibilità, presi a sputi dagli operai e con le tessere in crollo
verticale, nel tentativo di imporre forzosamente un'indesiderata
rappresentatività a categorie ad essi del tutto estranee, etichettarono come
«lavoratore» qualsiasi figura attiva nella realtà economica nazionale. I
medici divennero «lavoratori della sanità», i docenti universitari
«lavoratori della scuola», i magistrati «lavoratori della giustizia». E
«lavoratori» furono persino i commercianti, gli artigiani e i dettaglianti.
E gli artisti «lavoratori dello spettacolo». Impresari e imprenditori si
appropriarono anch'essi del termine «lavoratore», certo più simpatico di
quello di «padrone»: noi lavoriamo quattordici ore al giorno; lasciateci
lavorare! E intanto si facevano guidare la macchina, stirare le camicie,
scrivere i discorsi. E mica dagli autisti, dalle domestiche, dagli
impiegati! No: dai «collaboratori».
Così il lavoro è diventato immensamente popolare tra i giovani. Se
l'avvocato di grido è un lavoratore, allora lavorare è bello! E anche
redditizio: guarda Valeria Marini, lavoratrice dello spettacolo! E Agnelli?
Guadagna, sì, ma quanto lavora!
Ragazzi, occhio al pacco! Un avvocato o un medico non sono lavoratori, ma
professionisti. Non vivono dalla vendita della propria forza-lavoro, ma
professando le loro conoscenze. Un negoziante non è un lavoratore, ma un
esercente: esercita un'attività commerciale. Il presentatore televisivo non
è un lavoratore, ma un'artista: vive della propria arte. Come l'idraulico,
che non è un lavoratore, ma un artigiano che svolge il proprio mestiere.
Che vo' di'? Direte voi. Che so' 'sti giochi de parole? A noi ci serve un
qualsiasi lavoro, che ci dia dei soldi: perché dobbiamo mangiare e poi
costruirci la nostra vita, mettere su famiglia.
Santa illusione! Nulla di più sbagliato. Se vi piacciono i soldi,
dimenticatevi il lavoro. Il lavoro e i soldi sono due opposti contrari. Lo
dimostra il fatto che chi lavora non ha i soldi, e chi ha i soldi non
lavora. Il lavoro è sempre pagato a quantità, mai a qualità, e siccome la
giornata è fatta di ventiquattr'ore, anche svolgendo quattro lavori non
riuscireste mai a guadagnare quel che un dentista di provincia alza in una
mezza mattina. Il lavoro, poi, presuppone un cosiddetto «datore di lavoro»,
ossia uno che si vanta di darvi del lavoro quando invece ve lo prende,
costringendovi a lavorare al suo posto. E siete anche fortunati, perché
ieri, per convincervi a servirlo, avrebbe usato la frusta. Oggi usa il
denaro, che è uno strumento assai più subdolo. Ma non ve ne darà mai
abbastanza da rendervi veramente liberi, e voi diventerete il suo schiavo.
Ma che dico schiavo? Peggio. Lo schiavo di una volta al padrone era costato dei bei
soldi. Quindi aveva interesse a mantenerlo sano ed efficiente, a ben
vestirlo, a nutrirlo, a curarlo se si ammalava. Dimenticatevi dei vecchi film
con
Maciste: gli schiavi, nel mondo classico, stavano meglio di voi. Teatri da
ventimila posti non erano stati costruiti per cento patrizi. E se gli
schiavi avevano da mangiare, da dormire e poi andavano addirittura al circo
o al teatro, cos'altro pensereste di potervi permettere, voi, oggi, con un
milione e cinquecentomila al mese? Per metter su famiglia, poi, dovreste far
lavorare la vostra signora: una vita da pezzenti e la vostra non sarebbe
nemmeno una famiglia, ma una coppia-che-lavora. Poi precipitereste
nell'orrore della
coppia-che-lavora-con-bambino-triste-che-non-si-sa-mai-dove-cazzo-mettere.
Il lavoro nobiliterà anche l'uomo, ma è dalla Rivoluzione dell'Ottantanove
che la nobiltà sta un po' nella merda.
E va bene, direte voi, dobbiamo pur mangiare! Fateci vivere da schiavi ma
fateci vivere! Se è questa la vostra ambizione, fatevi pure schiavizzare. Il
mondo avrà sempre bisogno di qualcuno che gli pulisca il culo. Ma è per
questo che avete studiato? È per questo che vi siete preparati, che avete
affinato in tanti anni la vostra sensibilità ed i vostri saperi? A noi
sembra che il mondo abbia oggi assai più bisogno di uomini liberi che di
schiavi. Uomini capaci di concepire grandi sogni, di inseguirli e di
realizzarli. Uomini la cui mente possa innalzarsi al di sopra delle miserie
della quotidianità, fino a vedere nuove strade sulle quali indirizzare il
cammino degli altri loro simili. Ebbene, forse il lavoro può aiutarvi in
ciò? No. Il lavoro può solo ostacolarvi. Newton, uomo libero sdraiato sotto
un melo, riceve un pomo in testa e scopre la gravità. Sotto il medesimo
albero, lo zappatore intento ad asciugarsi il sudore di una giornata di
lavoro, colpito dalla stessa mela non inventa che qualche nuova bestemmia.
Ecco, noi pensiamo che in questo momento l'umanità abbia bisogno di altri
Newton, più che di altri schiavi. Anche perché, se proprio ambite a
diventare schiavi, dovrete vedervela con la concorrenza di quei miliardi di
lavoratori che in questo momento, per poche decine di dollari al mese, senza
assistenza sanitaria e senza pensione, in qualche capanna di qualche villaggio di
qualche sperduto paese sudamericano o asiatico, stanno assemblando le
piastre e i chips del computer davanti al quale siete seduti.
Il progresso delle comunicazioni ha
globalizzato l'economia mondiale. Se ci sono aerei per portare in Europa o
negli States i prodotti finiti, e satelliti per gestire le ordinazioni e i
contratti, la produzione delle merci può avvenire ovunque. È un processo
irreversibile. Quando l'industria sfruttava l'energia dei corsi d'acqua, le
fabbriche stavano sui fiumi. Con il vapore, si son spostate verso i
giacimenti di legna e di carbone. Col petrolio, hanno raggiunto le città,
dove la manodopera era abbondante e a buon mercato. Con i satelliti, hanno
invaso il terzo mondo, dove le braccia costano un pugno di riso. Questa è la
legge del capitale. E questa legge dice che voi oggi lavorerete solo se
saprete accontentarvi di tre quarti di pugno di riso. E sarete
cacciati quando salterà fuori chi è pronto a lavorare per mezzo pugno
di riso.
E allora ch'avimmo a fa'?, direte ancora voi. Allora ci avimmo proprio a
sparà'?
Eh no! Fermi tutti. Se questa è la situazione, il vostro compito epocale è
proprio quello di tirarcene fuori. Voi dovete avere il cuore, l'energia e la
fantasia per capire e spiegarci qual è il modo d'uscirne. Il progresso
tecnologico chiude delle epoche ma ne apre delle altre, e si chiama
progresso perché solitamente le epoche che si aprono sono migliori di quelle
che si chiudono.
Quando l'invenzione della macchina fotografica tolse alla pittura il compito
fino ad allora assegnatole di riprodurre fedelmente la realtà, gli
impressionisti e poi i cubisti ne approfittarono per esplorare a fondo le
possibilità del tratto e del colore, ossia quelle peculiarità dell'arte
pittorica che lo strumento fotografico non era ancora in grado di
riprodurre. Ci volle il colpo d'ala, un grande sforzo di intelligenza e di
genio, ma la pittura trovò una nuova via proprio quando si pensava che ogni
via fosse ormai chiusa.
Non disperate, quindi, ma piuttosto che
vendervi (tanto anche se vi comprano, vi comprano per poco) cercate la via.
Andate dove vi porta il cuore, vi avrà già detto qualcuno. Sbaglierete lo
stesso, ma almeno vi sarete divertiti. E non pensate di salvarvi mettendovi
sotto padrone, perché i padroni non hanno costruito le fabbriche per far
viver bene gli operai; piuttosto direi che han fatto viver male gli operai
per costruire le fabbriche. C'è un mondo nuovo tutto da inventare, e lo
dovrete inventare voi. Facendo quel che più vi piace. Suonando la batteria a
Messina o vendendo bibite sulla spiaggia, mettendo dischi alla radio o
dipingendo sui muri, assistendo i malati o insegnando a nuotare, giocando a
tennis o rubando nei supermercati. Qualcuno di voi finirà per ricavarne
gloria ed onori, qualche altro montagne di soldi. Tutti, comunque, - e non è
poco - la soddisfazione di aver vissuto fino in fondo la propria vita.
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