KasuMarzu

Lavoro? No, grazie: preferisco vivere!
di Pantagruel

 02 OTTOBRE 1996
 


da KasuMarzu prima serie



Ragazzi: occhio al pacco! Ma ce l'avete davvero tutta questa voglia di lavorare di cui parlano i giornali? Ma sul serio la vostra massima aspirazione nella vita è un posto in fabbrica o dietro uno sportello alle poste? Ma è credibile che i bambini da grandi non vogliano più fare l'astronauta o il cantante e ambiscano invece a una poltrona da bidello, o a uno sgabello da poltroni? Ma chi ve l'ha raccontato che lavorare è bello? Chi ve l'ha data a bere?
Io ho ancora vivo il ricordo del mio povero papà, che mentre cacciava da non so dove i soldi per mandarmi a scuola, mi incitava dicendomi: «Studia, disgraziato! Se no ti mando a lavorare!». E quando gli insegnanti volevano offenderci, ci davano del cafone o dello scaricatore di porto, ovverossia del bracciante agricolo o dell'operatore portuale.
Al cinema i lavoratori non ne uscivano meglio: non solo gli stradini a cui Alberto Sordi, credo nei «Vitelloni», rivolgeva il celebre gesto dell'ombrello, ma anche quelli brutti, sporchi e cattivi dei «Tempi moderni» di Charlot. Ed Enzo Del Re, barbuto cantore napoletano e lottacontinuista degli anni Sessanta, usava intonare un simpatico motivo intitolato «Tiengo 'na voglia 'i fa'nniente!», che aveva come preludio una sottile distinzione filosofica tra il lavoro e la fatica: «Io amo il lavoro, ma detesto la fatica. La fatica è il contrario del lavoro. La fatica, anzi, è proprio quella forza fisica che si oppone alla prosecuzione del lavoro».
In quegli anni il lavoro non era particolarmente popolare, tra i giovani. «Meglio che entrare in banca vado a vendere collanine a Londra», diceva qualche vecchio amico, che magari oggi le collanine le vende nel centro di Lucca, di perle e brillanti, e in banca ci entra ogni giorno per versare gli incassi. «Mollo il lavoro e mi metto a dipingere», diceva qualche altro. E c'era chi partiva per le Americhe, e chi coi missionari in Africa: tutti pronti a sacrificarsi e a sopportare le più immani fatiche, pur di non lavorare.
I pensatori della sinistra predicavano la liberazione dell'uomo dal lavoro. La destra liberale fantasticava un mondo di sole macchine: galline dalle uova d'oro che avrebbero fornito all'umanità il necessario per vivere con la pancia (piena) rivolta verso il cielo e senza lavorare. Anche la chiesa disprezzava il lavoro: «Guardate gli uccelli del cielo: essi non lavorano, ma la Provvidenza pensa a loro». E il lavoro era stato la condanna di Adamo, non il premio.

E voi, invece? Voi che vi mettete in file di quattro milioni per mille posti all'Intendenza di Finanza? Voi che chiedete a gran voce non soldi, donne e campi da golf, ma una scrivania e due mezze maniche? Voi al cui confronto Fantozzi è Humphrey Bogart spericolato avventuriero a Casablanca? Voi vorreste farci credere che il massimo desiderio nella vita è quello di imbracciare un piccone e scendere tremila metri sottoterra in miniera, al buio con cinquanta gradi e l'acqua alle ginocchia, a spalar carbone per otto ore al giorno, in attesa di morire di silicosi o di qualche piccolo lord che, a tremila miglia di distanza, chiamando dal telefonino il suo agente di borsa, chiude in un sol colpo la miniera e la vita di tutti quelli che ci son dentro?
No, ragazzi. C'è qualcosa che non va. Noi abbiamo lottato perché nessun uomo debba mai più scendere in miniera, in nessuna parte del mondo. E ci siamo quasi riusciti, perché abbiamo inventato locomotive che non hanno bisogno di carbone e macchine da scrivere fatte di plastica e silicio. Abbiamo cancellato mestieri orrendi come lo «scrivano copista» e il «ragioniere computista», e le nostre donne non vanno più alla fonte con una brocca da sessanta chili sulla testa o con un metro cubo di panni da lavare in grembo.
Ragazzi, occhio al pacco! Chi vi promette un milione di posti di lavoro, sta solo promettendo a se stesso un milione di servitori. Se poi riesce anche a pagarli poco, tenendoli buoni nella convinzione di essere addirittura dei privilegiati, tanto di guadagnato: se potrà avere tre domestiche al prezzo di due, buon per lui, non per le domestiche.
Per fortuna non tutti ci cascano. Massimo, 20 anni, diplomato, batterista in un'orchestrina a Messina, risponde alle domande di un giornalista dell'«Espresso» e mostra di aver capito tutto: «A Treviso ci potevo andare, a saldare montature per occhiali. Un milione e seicentomila. Uno l'avrei pagato d'affitto, trecento di riscaldamento, il resto per mangiare. E fine dei sogni. Qui a Messina sto a casa dai miei, vivo bene e suonicchiando rimedio tre o quattrocentomila per le mie spese. E domani chissà». Perché un ragazzo dovrebbe svendere se stesso, le sue speranze, le sue inclinazioni, i suoi affetti per vivere peggio? Per poter dire: «Ho un lavoro»? Ma che lavoro è, quello che non ti permette di far fronte neppure ai più elementari bisogni di sostentamento, di renderti in qualche modo indipendente, di coltivare rapporti sociali? Una volta, si partiva per Torino o per Milano con un sogno: lavorare, mandare soldi a casa, tornare un po' più ricchi di quando si era partiti. Oggi chi lascia il paese aspetta da casa i soldi per vivere, e se ritorna, magari licenziato, è più povero e scornato di prima.
E allora, ch'avimmo a fa'? Ci avimm'a suicida'?, direte voi. No. Semplicemente dovreste prendere coscienza del fatto che al mondo non c'è solo il lavoro, ma mille altri modi assai più piacevoli di guadagnarsi onestamente la vita: esercitando una professione, praticando un mestiere, gestendo delle attività commerciali, studiando, ricercando, scrivendo canzoni.
Ecché! Questi non son lavori?, mi sento già strillare nelle orecchie. No. Questi non sono lavori. Sono professioni, sono mestieri, sono attività, sono occupazioni, sono tutto ciò che che più vi piace ma non lavoro. Lavoratore è, in termini marxiani, colui che vende la propria forza-lavoro. Le proprie braccia, insomma. E il lavoro intellettuale? (già vedo i più furbetti). Il lavoro intellettuale non esiste: dovrebbe essere la vendita della propria intelligenza. Ma un'intelligenza disposta a vendersi è un'intelligenza assai poco intelligente, e certo non ha un gran mercato.

Il travisamento semantico del termine «lavoro» risale agli anni Settanta. Sindacati di regime in crisi di credibilità, presi a sputi dagli operai e con le tessere in crollo verticale, nel tentativo di imporre forzosamente un'indesiderata rappresentatività a categorie ad essi del tutto estranee, etichettarono come «lavoratore» qualsiasi figura attiva nella realtà economica nazionale. I medici divennero «lavoratori della sanità», i docenti universitari «lavoratori della scuola», i magistrati «lavoratori della giustizia». E «lavoratori» furono persino i commercianti, gli artigiani e i dettaglianti. E gli artisti «lavoratori dello spettacolo». Impresari e imprenditori si appropriarono anch'essi del termine «lavoratore», certo più simpatico di quello di «padrone»: noi lavoriamo quattordici ore al giorno; lasciateci lavorare! E intanto si facevano guidare la macchina, stirare le camicie, scrivere i discorsi. E mica dagli autisti, dalle domestiche, dagli impiegati! No: dai «collaboratori».
Così il lavoro è diventato immensamente popolare tra i giovani. Se l'avvocato di grido è un lavoratore, allora lavorare è bello! E anche redditizio: guarda Valeria Marini, lavoratrice dello spettacolo! E Agnelli? Guadagna, sì, ma quanto lavora!
Ragazzi, occhio al pacco! Un avvocato o un medico non sono lavoratori, ma professionisti. Non vivono dalla vendita della propria forza-lavoro, ma professando le loro conoscenze. Un negoziante non è un lavoratore, ma un esercente: esercita un'attività commerciale. Il presentatore televisivo non è un lavoratore, ma un'artista: vive della propria arte. Come l'idraulico, che non è un lavoratore, ma un artigiano che svolge il proprio mestiere.
Che vo' di'? Direte voi. Che so' 'sti giochi de parole? A noi ci serve un qualsiasi lavoro, che ci dia dei soldi: perché dobbiamo mangiare e poi costruirci la nostra vita, mettere su famiglia.
Santa illusione! Nulla di più sbagliato. Se vi piacciono i soldi, dimenticatevi il lavoro. Il lavoro e i soldi sono due opposti contrari. Lo dimostra il fatto che chi lavora non ha i soldi, e chi ha i soldi non lavora. Il lavoro è sempre pagato a quantità, mai a qualità, e siccome la giornata è fatta di ventiquattr'ore, anche svolgendo quattro lavori non riuscireste mai a guadagnare quel che un dentista di provincia alza in una mezza mattina. Il lavoro, poi, presuppone un cosiddetto «datore di lavoro», ossia uno che si vanta di darvi del lavoro quando invece ve lo prende, costringendovi a lavorare al suo posto. E siete anche fortunati, perché ieri, per convincervi a servirlo, avrebbe usato la frusta. Oggi usa il denaro, che è uno strumento assai più subdolo. Ma non ve ne darà mai abbastanza da rendervi veramente liberi, e voi diventerete il suo schiavo.
Ma che dico schiavo? Peggio. Lo schiavo di una volta al padrone era costato dei bei soldi. Quindi aveva interesse a mantenerlo sano ed efficiente, a ben vestirlo, a nutrirlo, a curarlo se si ammalava. Dimenticatevi dei vecchi film con Maciste: gli schiavi, nel mondo classico, stavano meglio di voi. Teatri da ventimila posti non erano stati costruiti per cento patrizi. E se gli schiavi avevano da mangiare, da dormire e poi andavano addirittura al circo o al teatro, cos'altro pensereste di potervi permettere, voi, oggi, con un milione e cinquecentomila al mese? Per metter su famiglia, poi, dovreste far lavorare la vostra signora: una vita da pezzenti e la vostra non sarebbe nemmeno una famiglia, ma una coppia-che-lavora. Poi precipitereste nell'orrore della coppia-che-lavora-con-bambino-triste-che-non-si-sa-mai-dove-cazzo-mettere. Il lavoro nobiliterà anche l'uomo, ma è dalla Rivoluzione dell'Ottantanove che la nobiltà sta un po' nella merda.

E va bene, direte voi, dobbiamo pur mangiare! Fateci vivere da schiavi ma fateci vivere! Se è questa la vostra ambizione, fatevi pure schiavizzare. Il mondo avrà sempre bisogno di qualcuno che gli pulisca il culo. Ma è per questo che avete studiato? È per questo che vi siete preparati, che avete affinato in tanti anni la vostra sensibilità ed i vostri saperi? A noi sembra che il mondo abbia oggi assai più bisogno di uomini liberi che di schiavi. Uomini capaci di concepire grandi sogni, di inseguirli e di realizzarli. Uomini la cui mente possa innalzarsi al di sopra delle miserie della quotidianità, fino a vedere nuove strade sulle quali indirizzare il cammino degli altri loro simili. Ebbene, forse il lavoro può aiutarvi in ciò? No. Il lavoro può solo ostacolarvi. Newton, uomo libero sdraiato sotto un melo, riceve un pomo in testa e scopre la gravità. Sotto il medesimo albero, lo zappatore intento ad asciugarsi il sudore di una giornata di lavoro, colpito dalla stessa mela non inventa che qualche nuova bestemmia.
Ecco, noi pensiamo che in questo momento l'umanità abbia bisogno di altri Newton, più che di altri schiavi. Anche perché, se proprio ambite a diventare schiavi, dovrete vedervela con la concorrenza di quei miliardi di lavoratori che in questo momento, per poche decine di dollari al mese, senza assistenza sanitaria e senza pensione, in qualche capanna di qualche villaggio di qualche sperduto paese sudamericano o asiatico, stanno assemblando le piastre e i chips del computer davanti al quale siete seduti.

Il progresso delle comunicazioni ha globalizzato l'economia mondiale. Se ci sono aerei per portare in Europa o negli States i prodotti finiti, e satelliti per gestire le ordinazioni e i contratti, la produzione delle merci può avvenire ovunque. È un processo irreversibile. Quando l'industria sfruttava l'energia dei corsi d'acqua, le fabbriche stavano sui fiumi. Con il vapore, si son spostate verso i giacimenti di legna e di carbone. Col petrolio, hanno raggiunto le città, dove la manodopera era abbondante e a buon mercato. Con i satelliti, hanno invaso il terzo mondo, dove le braccia costano un pugno di riso. Questa è la legge del capitale. E questa legge dice che voi oggi lavorerete solo se saprete accontentarvi di tre quarti di pugno di riso. E sarete cacciati quando salterà fuori chi è pronto a lavorare per mezzo pugno di riso.
E allora ch'avimmo a fa'?, direte ancora voi. Allora ci avimmo proprio a sparà'?
Eh no! Fermi tutti. Se questa è la situazione, il vostro compito epocale è proprio quello di tirarcene fuori. Voi dovete avere il cuore, l'energia e la fantasia per capire e spiegarci qual è il modo d'uscirne. Il progresso tecnologico chiude delle epoche ma ne apre delle altre, e si chiama progresso perché solitamente le epoche che si aprono sono migliori di quelle che si chiudono.
Quando l'invenzione della macchina fotografica tolse alla pittura il compito fino ad allora assegnatole di riprodurre fedelmente la realtà, gli impressionisti e poi i cubisti ne approfittarono per esplorare a fondo le possibilità del tratto e del colore, ossia quelle peculiarità dell'arte pittorica che lo strumento fotografico non era ancora in grado di riprodurre. Ci volle il colpo d'ala, un grande sforzo di intelligenza e di genio, ma la pittura trovò una nuova via proprio quando si pensava che ogni via fosse ormai chiusa.

Non disperate, quindi, ma piuttosto che vendervi (tanto anche se vi comprano, vi comprano per poco) cercate la via. Andate dove vi porta il cuore, vi avrà già detto qualcuno. Sbaglierete lo stesso, ma almeno vi sarete divertiti. E non pensate di salvarvi mettendovi sotto padrone, perché i padroni non hanno costruito le fabbriche per far viver bene gli operai; piuttosto direi che han fatto viver male gli operai per costruire le fabbriche. C'è un mondo nuovo tutto da inventare, e lo dovrete inventare voi. Facendo quel che più vi piace. Suonando la batteria a Messina o vendendo bibite sulla spiaggia, mettendo dischi alla radio o dipingendo sui muri, assistendo i malati o insegnando a nuotare, giocando a tennis o rubando nei supermercati. Qualcuno di voi finirà per ricavarne gloria ed onori, qualche altro montagne di soldi. Tutti, comunque, - e non è poco - la soddisfazione di aver vissuto fino in fondo la propria vita.

 


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