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Legnate
a Maroni. È questa la politica?
19 SETTEMBRE 1996
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che noi pensiamo della Lega e dei suoi ideali secessionisti lo abbiamo già
scritto, e chiunque può andare a rileggerselo. Ma quando abbiamo appreso la notizia del vile pestaggio di un parlamentare ed ex ministro dell'Interno, fino a pochi mesi fa a capo di quelle stesse forze (dell'ordine?) che adesso lo bastonano, il dubbio che ci è sorto è che il regime, gettata la maschera, stia assumendo contorni sempre più sudamericani, e non solo per gli aspetti economici e valutari. Un regime che fa arrivare in ritardo i treni ma in orario le mazzette, non trova migliore risposta ai progetti leghisti se non gli stessi manganelli che Scelba schierava una volta in piazza contro gli operai. Ora, chi come noi è stato studente venti o trent'anni fa, con i manganelli ha ancora adesso un pessimo rapporto. Al cospetto del manganello non c'è destra o sinistra che tenga: c'è solo la mano che lo impugna e la testa che lo riceve. Bobo Maroni noi lo abbiamo conosciuto a Cagliari, tanti anni fa, prima che la Lega lo portasse al Governo. Era venuto a convincere gli indipendentisti e i federalisti sardi ad abbracciare la sua causa. Non ci riuscì, ma ci provò con la sola forza delle parole, non con quella del randello. E oggi anche lui, vermiciattolo nel formaggio, che forse si pensava al sicuro nella piccola tana che si era scavato, è divorato in un sol boccone dalla violenza bruta di un regime che a quanto pare non sa più a quale altro santo appigliarsi. Vermiciattoli anche noi, rivolgiamo a Roberto Maroni una parola di solidarietà. La battaglia politica ha senso solo perché è la mimesi della guerra vera: non ci risparmia le incazzature ma ci evita tanto sangue. Se il sangue invece scorre, significa che l'avversario ha esaurito le armi della politica, oppure - come i selvaggi - le ignora.
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