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Lettere
sulla guerra
6 APRILE 2003
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Il Cairo, 7 marzo 2003 Mi scrivi che quel che sta accadendo in Egitto ti pare assurdo. Direi che tutto quello che sta accadendo dappertutto (e soprattutto quel che accadrà tra qualche giorno) pare assurdo. Anche se in realtà ha una sua logica. Qui in Egitto al momento la situazione è relativamente tranquilla, nel senso che le manifestazioni che si vanno svolgendo al Cairo sono per lo più indirizzate contro quei paesi arabi (in prima fila il Qatar e il Bahrein) che ospitano e supportano le truppe USA. Mubarak è più filoamericano di Bush e Blair messi insieme, quando parla alla stampa estera, ma molto più prudente quando parla sulla stampa locale. Ad ogni buon modo ai giornali egiziani è stato formalmente proibito di parlar male degli USA, così, giusto per riempire le pagine, son diversi giorni che la stampa locale dà addosso all’Italia, ripubblicando tutte le peggiori gaffe del Berlusca a cominciare dalla famosa «superiorità dell’occidente». Il clima è d’attesa, mentre la lira egiziana sta ormai a 318 delle nostre vecchie lire, e non son pochi quelli che qua cominciano ad aver problemi di denaro. Ecco quindi la recrudescenza dei furti, sia da parte di ladri dilettanti, come quello che si è introdotto in casa dell’amico M., sia di ladri «professionisti», come i doganieri egiziani che mi hanno derubato della macchina (la terza, ahimé) e si accingono a fare la stessa cosa con le auto degli altri colleghi italiani al Cairo. A sentir queste cose verrebbe da gridare «Forza Bush!», se non sapessimo che dietro le manovre USA si nascondono progetti ben più temibili che non quattro ladruncoli in galabeya. Se fino all’anno scorso ero dell’opinione che l’11 settembre avrebbe messo in discussione gli assetti di Yalta, oggi penso che in discussione siano addirittura gli stessi principi illuministi dell’Ottantanove. In fondo, la democrazia borghese come noi la conosciamo è nata e cresciuta in quanto funzionale ad un’economia basata sulla libera circolazione delle merci e sulla conseguente espansione della produzione industriale e dei mercati di consumo. Ma oggi che l’economia USA si basa non più sulla produzione e sui commerci, demandati ai paesi del terzo e quarto mondo, ma sullo sfruttamento di beni immateriali o culturali quali software, prodotti cinetelevisivi, marchi, brevetti, diritti d’autore ecc., il sistema democratico come noi lo abbiamo conosciuto (basato sulla supremazia dei diritti dell’individuo) non ha più ragione di esistere, ed è destinato a lasciare il posto a sistemi autoritari e accentrati di tipo oligo-aristocratico, ben più funzionali a quei fini esattoriali – e non più industriali – che costituiscono ormai la principale attività economica USA. Fino a quando gli USA potranno tollerare che nei negozi thailandesi si venda software americano liberamente copiato o che in Egitto si possano regolarmente acquistare in supermercato dischi e cassette riprodotti senza pagamento d’alcun diritto, o che le televisioni di molti Paesi mandino in onda senza pagare i film americani? Fino ad avantieri, direi. Da domani quel che non si riuscirà ad imporre con accordi commerciali di tipo imperialistico verrà imposto con la forza.
Già oggi per le leggi italiane copiare un
dischetto con Windows è considerato reato più grave che non rubare un’auto.
Non mi meraviglierei se in un vicinissimo futuro dovesse essere considerato
più grave del minacciare e ferire un altro essere umano...
Con l’Alexandria Swing Orchestra, con la quale
suono da qualche tempo il basso, mi sto divertendo molto: anche la musica,
come altri umani passatempi, è cosa che riesce meglio in compagnia che non
in solitario... Il fatto più divertente è che qua – con buona pace di
Fellini – anche le orchestre provano alla maniera egizia: inshallah,
bokara, maleesh. Se il pezzo viene bene è grazie a Dio,
se viene male, pazienza! Mai che ci sfiori il dubbio che qualcuno di noi non
sappia suonare o che ne abbia poca voglia...! New York, 8 marzo 2003 Cerco di leggere il «New York Times» e altri giornali, seguo molto la Tv e cerco di capire la... testa di questi americani, ma inutile...
Una cosa insopportabile: si accalorano e
dibattono sul problema degli orsi bruni (proteste perché qualcuno ha
proposto di cacciarli, invece povere bestiole...) e non hanno il minimo
dubbio nel dare inizio a una guerra. II Cairo, 8 marzo 2003 Ho visto il powerpoint che mi hai mandato, ma continuo a non essere d’accordo. La guerra NON è per il petrolio, se no l’Europa sarebbe in prima fila; e neppure è una guerra di religione, se no in prima fila ci starebbe il Papa; e tanto meno è per portare in Iraq una non meglio precisata democrazia, che per definizione non può essere imposta dall’esterno con le armi. Ma soprattutto la guerra non è neppure contro l’Iraq, che oggi – privo di aviazione e di marina e con l’esercito a pezzi – è certamente uno dei paesi più deboli e meno temibili al mondo.
La guerra, come ti scrivevo, è per Windows. E
per quanto questo possa sembrare assurdo, appena troverò il tempo di buttar
giù cinque o sei paginette credo che riuscirò a dimostrartelo. La cosa che più ci intristisce, in Europa, è quando gli USA ci accusano di non avere un esercito, dimenticando che sono proprio i loro trattati di pace che ci impediscono di averlo: sia a livello locale che internazionale. In Italia il trattato del 1947 (quello che ben prima di Saddam ci ha «disarmato») ancora ci vieta di organizzare strutture di difesa costiera, di detenere navi portaerei e missili a media e lunga gittata, armamenti nucleari, sommergibili oltre una certa stazza ecc. ecc. Ancora più punitivo il disarmo subìto dalla Germania.
Ma nonostante questi lacci e laccetti oggi
l’euro (prodotto del pensiero e non delle armi) si sta mangiando in un sol
boccone il dollaro, ed è questo che agli americani non va giù.
Parlerà la storia. Per conto mio vale il vecchio
proverbio: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
Sottoscrivo tutto quello che dici.
Ho letto la Fallaci, che questa volta è apparsa
sul Corriere solo in traduzione, a seguire gli USA. Tra le consuete
invettive una notazione giusta: Bush non può pensare di darci a bere che va
in Iraq a «portare la democazia», e neppure può continuare ad ingannarci sui
fini della guerra: ora «disarmare» Saddam, anzi no: esiliarlo, scusate, no:
cambiare regime, ma che dico: liberare gli iracheni ecc. Hitler cercò di conquistare il mondo con un’economia in precipitosa crescita, un retroterra ideologico-filosofico culturalmente tra i più avanzati in Europa e l’esercito allora più forte al mondo. Bush oggi ha dalla sua solo quest’ultimo: non ha un disegno culturale che vada oltre una più ampia diffusione di McDonald e Coca Cola e soprattutto ha un’economia in cattivissime acque, se non proprio allo sfascio.
Si muove come un elefante in cristalleria.
Perché meravigliarsi allora se qualcuno in Europa teme per i propri
cristalli?
Con Bush che ammette e giustifica l’uso della
tortura contro i prigionieri afghani, che progetta e mette in atto
l’ingerenza negli affari interni di paesi terzi, che esercita inammissibili
pressioni sull’Onu e sugli altri paesi membri, che si interpone
indebitamente in una discussione che vede contrapposti ONU e Iraq come se
riguardasse invece USA e Iraq, che mente spudoratamente sui motivi che lo
spingono alla guerra, che pianifica e pratica l’assassinio politico, come
meravigliarsi che sia proprio la Francia, che di quei diritti è stata la
culla, alla testa del movimento di opposizione a tanta dissennata politica
di potenza?
Siamo ormai sotto ultimatum e non ci resta che
stare a vedere quel che New York, 18 marzo 2003 Da due giorni ho un’angoscia che mi attanaglia il cuore. Ieri sera avevo il Nabucco: opera meravigliosa, era la prima di questa stagione. Quei cori danno i brividi, interpreti eccezionali. Ma non riuscivo a stare serena. Pensavo al texano che alla stessa ora in Tv stava facendo il discorso alla nazione. Tutti gli americani con cui tento di attaccare discorso su questo argomento, non so perché, tacciono, svicolano, cambiano discorso. Non riesco a capire se è qualunquismo, indifferenza, menefreghismo, paura di esprimere la propria idea. Boh! Anche nei corsi che sto seguendo (Listening in the Real World e Topics in Culture and Society) gli insegnanti evitano di farci esprimere le nostre opinioni: letto l’articoletto o fatta la comprensione, passano ad altro. Forse temono che la contemporanea presenza di una francesina, di una moglie di diplomatico tedesca, un’ungherese e un’italiana sia una miscela esplosiva? Leggo che l’Egitto è preoccupato per la stabilità interna. Ed io mi preoccupo per voi. Intanto qui ieri sulla Fifth, parata per Saint Patrick: mitra e militari ovunque.
Il Cairo, 19 marzo 2003 Assolutamente non ti devi angosciare. Non è con l’angoscia che va vissuta questa situazione (e in generale tutte le situazioni) ma con la mente fresca e l’occhio sveglio.
La guerra non è la risposta ai problemi
americani, ma piuttosto apre una serie di nuovi problemi e di domande, sui
quali si valuterà storicamente l’esito dello scontro: il dollaro risalirà?
Saddam cederà subito o venderà cara la pelle? e le armi biologiche esistono?
e se esistono saranno usate? e se si vince in due giorni poi che si fa? e
gli altri che faranno? ecc. ecc. Ma bene o male a questo punto il dado è tratto, e l’America va a combattere. E ci va con tutta la forza, la coscienza e l’incoscienza di cui è capace, sapendo che se anche dovesse andar male potrà sempre tirarne fuori dei bellissimi film da vendere tra cinque o sei anni al resto del mondo. Nemici compresi. Non ti meravigliare dunque se nessun americano accetta di discutere la cosa con te: non è che lo faccia per spocchia o per paura o per vergogna, ma semplicemente perché pensa che sia finito il tempo delle discussioni, e adesso conti solo combattere e vincere. Tu sei oggi chiamata a decidere se vuoi essere un’americana o una straniera (qui probabilmente la fonte delle tue angosce). Visto da fuori un americano è assolutamente indistinguibile da uno straniero, straniero com’è dopotutto per origine anch’egli. Ma visto da dentro un americano è come le stelle della sua bandiera, che sventolano tutte insieme in formazione serratissima e nella stessa direzione dove le muove il vento. In questa capacità – al momento del bisogno – di annullarsi come individui e risorgere come nazione sta la forza degli USA.
Quando questo succede è inutile pensare di poter
discutere con loro. Anche riuscendo a farlo, sarebbe come intervistare
un’ape nell’alveare e chiederle la propria opinione circa l’opportunità di
trasformare il polline in miele. Ti risponderebbe che quello è il suo
dovere, o che quella è la volontà della sua amata regina, o che quella è la
ragione per cui esiste l’alveare. Questo è infine il famoso pragmatismo
americano: l’incapacità di astrarre e di astrarsi e di osservare le cose da
un punto di vista «altro». Gli elementi più facinorosi, tra l’altro, sono partiti volontari per combattere in Iraq (e poco c’è mancato che Mubarak pagasse loro il biglietto, anche se di sola andata...). Così anche la situazione per le strade è molto più tranquilla dell’anno scorso, e le poche manifestazioni si svolgono all’interno dei campus e senza quello spiegamento di mezzi antisommossa che eravamo abituati a vedere.
Certo molto dipenderà dall’evolversi della
situazione («non c’è nulla che non sia stato previsto, ma probabilmente
nulla andrà come è stato previsto»), ma al momento penso che l’Egitto sia
politicamente posizionato in modo molto più chiaro e netto che non l’Italia,
orientato alla «comprensione» dei comportamenti USA e all’incasso degli
aumentati transiti di navi militari nel Canale.
Ancora una volta – e da miscredente – son
costretto a inchinarmi davanti a questo Papa, che la testa proprio non l’ha
mai piegata e vede ben chiaro davanti a sé il brutto film che l’America sta
preparando per noi e per il mondo.
Bush, in questa guerra, ha chiesto a Berlusconi
un solo favore, o meglio, gli ha affidato un solo compito: quello di zittire
il Papa. Il pelato di Arcore non c’è riuscito e ha perso la fiducia del suo
padrone, che l’ha ricacciato a razzolar briciole sotto al tavolo. Lui che
pensava che quattro delle sue celebri pacche sarebbero state sufficienti a
riappacificare Blair e Chirac, Bush e Putin, Sharon e Arafat... New York, 22 marzo 2003 Ti mando una bellissima riflessione di Starnone, che leggo su MicroMega di febbraio. L’articolo termina così: «Mi è venuto in mente il nodo di gordio. La storia di questo nodo è significativa. Gordio era il nome di un contadino frigio che, grazie a una profezia, diventò re e fondò una città a cui diede il suo nome. L’agricoltore per gratitudine consacrò a Zeus il suo aratro, che aveva il timone annodato con un nodo complicatissimo. Scioglierlo era così difficile che si decise di dare l’impero del mondo a chi ci fosse riuscito. Passò di lì Alessandro Magno aspirante imperatore, e non ci perse nemmeno dieci secondi: sguainò la spada e lo tagliò. Questo gesto è stato molto amato da certa posterità sensibile ai gesti plateali, tanto che se oggi si dice nodo gordiano viene subito in mente Alessandro che sguaina la spada e zac. Del contadino, del suo aratro e della funzione simbolica di quel nodo difficile è sbiadita la memoria. Perché? Perché questi comportamenti brutali e presuntuosi di militari piacciono tanto? Forse perché sembrano contenere chissà quale saggezza e invece trasmettono solo l’idea banalotta che grand’uomo è chi non perde tempo coi beoti ma taglia, rompe, spacca con decisione. Il messaggio del contadino-re tuttavia non era banale e può essere sintetizzato così: “chi pretende il comando del mondo deve avere la pazienza, la costanza, la sensibilità e l’intelligenza che ci vogliono per sciogliere questo nodo”. Messaggio di grande saggezza, finito come al solito nel nulla grazie a un colpo di spada. È pur vero, però, che la metafora dello sciogliere nodi ha conservato una sua positività, e il genere umano non si è ancora estinto solo grazie a chi si è sempre battuto perché i nodi non vadano tagliati ma sciolti. Certo non è cosa che ci si può aspettare da eroi e navigatori, forse nemmeno da santi. È compito della gente di buona volontà ricominciare da Gordio e impedire l’ottuso ricorso dei furbi alla spada. La pace, alla fine, è il buon governo della complessità. La guerra è il trionfo criminale della semplificazione».
Il Cairo, 22 marzo 2003
Bene Starnone, intelligenza fortunatamente
riuscita a disseppellirsi dalla scuola! New York, 22 marzo 2003-04-06 Torno adesso dalla manifestazione, che si sta svolgendo proprio sotto casa mia. È troppo tardi, ormai, per gridare alla pace, ma non ho potuto farne a meno.
Sapessi quanta gente, e che cartelli ironici. New York, 24 marzo 2003
Alla TV c'è la premiazione per gli Academy
Awards. Ha vinto Michael Moore per il miglior documentario Bowling for
Columbine.
Giro canale e vedo le notizie dall’Iraq.
Delle esternazioni pacifiste alla cerimonia
degli Oscar già sapevo dalle nostre televisioni. E il calembour tra «Bush»
e «bush» era già ampiamente in uso ai tempi di Bush padre, senza tralasciare
la mia personale considerazione che son state forse combattute più guerre (e
con più morti!) per il bush (minuscolo) che per il Bush (maiuscolo)...
Fatto sta che ieri stavamo in ristorante, dove
il televisore sta acceso ventiquattr’ore al giorno, e abbiamo visto passare
le immagini incriminate, quelle dei prigionieri USA, su Al Jazeera.
Chi resiste a questo stilli/geno/cidio? Tanto tecnologicamente avanzati e tanto stupidi. Misuriamo il loro grado di stupidità? 1) Non si è alzato in volo mezzo aereo iracheno e allora, in mancanza di bersagli, sono andati ad abbattere un aereo inglese. Errore? Allora doppiamente stupidi! 2) Se mi inganni non vale... Si lamentano perché gli altri non combattono «regolarmente», ma con gli agguati. Dov’è la regolarità in guerra? Chi stabilisce le regole del gioco? Se le galabeye che fingono di arrendersi li gabbano, allora stupidi e ingenui a credere che si stiano arrendendo. Evidentemente non conoscono per niente gli arabi... 3) Stupidi e ignoranti se credono veramente (e non è un pretesto) di portare la democrazia in Iraq con un’inseminazione artificiale. Non occorre essere esperti islamisti per sapere che non la saprebbero gestire.
Secondo me, questi sono una massa di creduloni,
tonti e arcitonti, la gente comune, mentre la Bush Administration è in
malafede: ha appena mandato i soldati al massacro, già l' ad azzannarsi per
spartirsi la torta degli appalti per la ricostruzione... Il Cairo, 30 marzo 2003
Ti sento emotivamente assai coinvolta, e questo
è un atteggiamento decisamente «americano» (!) Capisco che ti senta indignata – come tutti noi – più ancora che per quel che succede per il fatto che vogliano a tutti i costi «darcela a bere», tentando di rivoltare non soltanto le leggi, ma addirittura i fondamenti di quel pensiero logico che (lo sottolineava qualche settimana fa Claudio Magris sul Corriere) è all’origine stessa della nostra «diversità» (superiorità?) occidentale. Perse le nostre radici illuministiche, nulla più ci autorizzerebbe ad erigerci come maestri del mondo, ma tutt’al più a proporci – o meglio imporci – come indesiderati ed odiatissimi padroni. Ma tu sai come io la penso: se è vero che a vacillare sono i cardini dell’Ottantanove, allora è in pericolo anche il bisogno stesso di un pensiero razionale, illuministico, e quel che si va costruendo è un neo-feudalesimo a tutela di quelle moderne regalìe che oggi sono i diritti sul software, i brevetti industriali, i diritti cinetelevisivi.
Quello dei beni immateriali è un monopolio
atipico, ancora pochissimo studiato. I nuovi monopoli, di fatto privi di potere reale, necessitano pertanto del soccorso delle armi. Vivono anche grandissime contraddizioni. Pensa per esempio al software: il software che è insieme merce e linguaggio. In quanto linguaggio è interesse comune che sia largamente diffuso in tutto il pianeta, e che tutte le macchine al mondo parlino la stessa lingua. In quanto merce deve però garantire un profitto, e quindi non può essere diffuso in quegli Stati (e sono la maggioranza) che non sono in grado di pagarlo o con i quali non siano stati stipulati accordi di tutela dei diritti d’autore. Ma siccome nessuno può farne a meno, anche lì il software è comunque presente, seppure in forma abusiva.
Un’altra simile contraddizione è stata avvertita
quando gli USA si son stretti a tutela dei diritti industriali delle loro
case farmaceutiche, impedendo agli stati del terzo mondo di combattere con
medicinali aggiornati il flagello dell’AIDS. Su scala più ridotta accade la stessa cosa in Italia, quando si perseguita l’ambulante senegalese che vende finte borse Gucci fabbricate in Cina (dove però vengono fatte anche quelle autentiche) e che spesso sono di qualità identica, se non superiore, a quelle originali.
Questa la visione a lunga e lunghissima
scadenza. Guance come natiche anche quando si augurano che i prigionieri americani vengano trattati nel rispetto della Convenzione di Vienna. Proprio loro che hanno dichiarato «inapplicabile» la Convenzione di Vienna nei confronti dei talebani rinchiusi a Guantanamo.
Aggiungi ancora che il golìa USA è al momento
impantanato anche militarmente. Su una sola cosa do ragione a Bush: che prima o poi Saddam sarà ucciso e l’Iraq cadrà in mani americane. Resta da vedere a quale prezzo. E il conto sarà come sempre presentato alla fine.
New York, 5 aprile 2003
Leggo che molti egiziani stanno partendo per
l’Iraq.
Il Cairo, 5 aprile 2003 Dall’Egitto pare siano partite non più di 150 persone, e non è neppure detto che riescano ad entrare in Iraq. Quando dall’Italia partirono per la Spagna le brigate Garibaldi, erano certo più numerose e meglio armate. Se sei preoccupata per noi è solo perché guardi la tv americana (che è pur sempre meno «americana» della tv italiana!). Qui la situazione è notevolmente più tranquilla dell’anno scorso, e le manifestazioni sono guidate a livello governativo. L’ultima – organizzata dal partito di Mubarak – si è tenuta avantieri dentro lo stadio di Alessandria. Nello stesso giorno si è manifestato dopo la preghiera anche al Cairo, ma sempre dentro i cortili di El Ahzar.
Ora è chiaro che se i tiggì mostrano orde di
musulmani urlanti che innalzano cartelli minacciosi, ma non dicono che i
manifestanti stanno dentro a un cortile e che i cartelli son stati forniti
loro dal governo, la cosa può sembrare preoccupante. Tutto invece è sotto
controllo. I pericoli - anche se non tutti sembrano averlo capito – vengono
piuttosto dagli USA, che minacciano la Siria e l’Iran, o da Sharon che
minaccia pubblicamente l’Egitto. È una tesi che in parte sottoscrivo, e che spiega benissimo come in ballo non ci sia soltanto lo scalpo dei baffi di Saddam ma il disegno di un nuovo assetto dei rapporti tra le nazioni che comporta una ridefinizione del ruolo e dei poteri dell’Onu, l’istituzionalizzazione del ruolo di superpotenza incontrastabile degli USA, la sottomissione di fatto del pianeta al nuovo ordine. Di contro, perdere una rivoluzione non è come perdere una guerra: il rivoluzionario fallito è un fuorilegge per sua stessa definizione, e la Storia non gli ha mai riservato altro che il rogo o la forca.
Ne consegue che l’amministrazione Bush deve per
forza di cose giocare il tutto per tutto, e questo spiega la ferma
determinazione con la quale stanno procedendo. Resta un mare di incognite
per quanto riguarda il futuro, ma è inutile parlarne fino a che non si
concretizzerà e quantificherà la vittoria USA. Ad esempio: se gli USA consolideranno la loro presenza nell’area, per quale motivo dovrebbero continuare a riempire di soldi Israele per svolgere i medesimi compiti? È chiaro che il ruolo e l’importanza di Israele usciranno ridimensionati dal conflitto (e questo spiega lo scarso entusiasmo israeliano per questa guerra). E se le conquiste USA fossero più ampie di quelle promesse, la Cina si accontenterà ancora del piccolo bocconcino riservatole, e cioè la sola Taiwan? O non ridarà fiato alle antiche pretese nei confronti del Giappone, che non a caso si è schierato col vecchio nemico USA contro la Cina? E il processo di unificazione europea avrà ancora un senso, se l’Europa non dovesse più nascere come alternativa agli USA ma solo come entità regionale sottomessa agli USA che riunisca vecchie provincie anch’esse già sottomesse agli USA?
E gli USA avranno una qualità della vita
migliore o peggiore, se i loro cittadini dovranno pensarci due volte prima
di programmare anche solo una gita a Parigi, dove la loro presenza susciterà
la medesima ostilità che oggi circonda gli ebrei in qualsiasi parte del
mondo essi si rechino? Chiedilo ai milanesi: e ti diranno che sempre preferiranno una palla di cannone di Bava Beccaris a un sigaro offerto da un austriaco, e così son sicuro anche gli iracheni preferiscano la frusta di Saddam a una carezza americana, così come nessuno di noi, da bambino, avrebbe scambiato la sua mamma o il suo papà con quelli magari più belli o più ricchi, ma di un altro. Ecco perché dubito che gli alleati potranno mai impadronirsi, come spera Blair, del «cuore e delle menti» degli iracheni. Il destino di tutti i veri tiranni è quello di essere temuti, forse rispettati. In nessun caso amati. New York, 9 aprile 2003
La TV americana intanto continua a coprire tutte
le malefatte: oh, si fosse vista una No: qui abbiamo:
Il Cairo, 9 aprile 2003 Ho abbandonato un attimo il piccì per correre
nell'altra stanza dove è appena passato in tivù l'abbattimento del saddamone
di bronzo in piazza del Paradiso a Pare che sia finita, almeno a Bagdad. Vedremo nei prossimi giorni. Le voci che girano su Al Jazeera (da fonti russe) parlano di una fine concordata coi gerarchi iracheni. Ma c'è chi giura che Saddam si sia rifugiato a Tibrik. Circa la fine dei tre giornalisti, notizia ormai messa in ombra dalla presa di Bagdad, qui da noi c'è la forte sensazione che le azioni contro i giornalisti, e in particolare l'attacco alle sedi di Al Jazeera e Abu Dhabi TV non siano state degli incidenti, ma azioni fermamente volute. Pare si sia trattato di una vendetta nei
confronti di Al Jazeera, che il giorno prima aveva trasmesso immagini
veramente orripilanti poi rimbalzate su tutte le televisioni arabe: i corpi
di alcuni marines, legati per i piedi al paraurti di un furgoncino pick-up
carico di miliziani urlanti, trascinati per chilometri lungo le strade di
Bagdad alla Nessuna delle emittenti occidentali ha non dico mostrato, ma neppure minimamente accennato a queste barbare immagini. Gli alti gradi americani hanno minimizzato e hanno parlato di soldati «dispersi», ma è certamente verosimile che tra i loro commilitoni possa esser nato il desiderio di cancellare lo strazio di quelle scene sferrando un colpo alle due televisioni arabe, con la ciliegina di un avvertimento aggiuntivo per gli osservatori del Palestine. Ecco: tu ti lamenti che alla tivù (tivì?) americana non si vede il sangue, ma solo lacrime di mamme e fidanzate. Qui sui dishes arabi non si vede altro che sangue, servito a tutte le ore al bar, dal barbiere o al ristorante, luoghi dove - come ben sai - il televisore sta acceso per ventiquattr'ore al giorno e col volume a manetta. Non so quale dei due sia più disgustoso: il miele delle trasmissioni americane o le budella srotolate su quelle arabe. Forse è vero che disgustosa è la guerra in sé, o ancor più disgustoso è questo volerne fare comunque spettacolo. Ultima nota buffa: gli inglesi entrano a Bassora e tutti giù a filmare «il popolo in festa». Il popolo era sì in festa, ahimé, ma non per l'ingresso degli alleati quanto per il fatto che - dissoltasi la polizia di Saddam -poteva finalmente abbandonarsi ad ogni genere di saccheggio. Depredato fino all'intonaco un grande albergo dal quale son riusciti a strappar via persino i sanitari, gli infissi e la moquette. Le nostre tivù hanno dato la notizia, ma si son guardate bene dal dire che l'albergo in questione altro non era che il Bassora Sheraton! Come dire: il popolo in festa ringrazia gli
americani depredando un albergo americano! Anche nelle peggiori tragedie c'è
sempre spazio per una sonora risata. New York, 12 aprile 2003 Ho appena spento la tivì infernale: sulle
reti americane che ormai controllo a tappeto quasi maniacalmente poco hanno
fatto vedere del saccheggio e nulla si dice per esempio della distruzione
del Museo archeologico. Ma a loro della storia gliene è sempre fregato poco. A me puzza tanto di zampino americano, di
vendetta (come quella sui giornalisti)... Altre bestialità le ha dette Rumsfeld, vero «saddamericano»,
quando si è scagliato con veemenza contro i giornalisti rimproverandoli
perché su otto testate di giornale Lui ha detto che si tratta di una... «untidy situation»...: leggermente disordinata. Yeah!
Il Cairo, 12 aprile 2003 Certo, a guerra (pressoché) finita restano ancora tante domande. Una su tutte: se Bush era così sicuro che Saddam avesse bunker e caserme imbottite di armi chimiche, perché ha bombardato con tanta disinvoltura, rischiando così chissà quale epidemia planetaria? E se l'occupazione era stata così minuziosamente organizzata, possibile che nessuno abbia pensato all'ordine pubblico all'indomani del disfacimento del regime? Vedo le immagini dei saccheggi a tappeto e penso al Verga di Bronte, di quella «Libertà» che gli americani si piccano di voler insegnare al mondo. E penso che dopo i saccheggi arriveranno le fucilazioni, sempre che non decidano di farle fare a qualcun altro (il Berlusca è lì già seduto che chiede, col ditino alzato alla brunovespa). Da noi si dice che chi ha avuto la bicicletta, poi se la deve pedalare. Quindi non ci resta che stare a vedere quel che riusciranno a fare adesso i nostri big jim, ora che la «minaccia» non c'è più. Vedo anche quel che succede qua, nel mondo arabo, dove la gente è rimasta come ammutolita (forse è questo l'aggettivo esatto) di fronte alla rapida evaporazione del regime. Vista la resistenza di Bassora, città pur non particolarmente amica di Saddam, ci si aspettava da Bagdad almeno altrettanto. Il sonno di Bagdad è un'altra delle domande che restano aperte. Ora pare che l'ultima sacca di resistenza sia attestata a Tikrit, che è però una piccola città di centomila abitanti, forse centomila e uno, se è vero che lì si è rifugiato Saddam. Ma le ultime notizie lo danno morto. Per la dodicesima volta. Sempre vivo invece tra americani e popolo
iracheno il sacro fuoco dell'amicizia: quel «fuoco amico» che anche ieri ha
ucciso due bambini a un posto di blocco e un commerciante che tentava di
difendere il negozio dai saccheggiatori. Va anche detto che tra questi
ultimi ci son fior di delinquenti, visto che le autorità irachene hanno
aperto le carceri prima di abbandonare le città, ma non così per i
giornalisti forzitalici, che sostengono che in prigione non ci stavano i
delinquenti, ma solo i Tra due settimane dovrei essere anch'io in
Italia, dove potrò finalmente riannusare i nostri giornali. Internet mi dà
un piacere solo parziale, che non coinvolge né tatto, né udito, né odorato.
Un vero giornale deve puzzare d'inchiostro, come il pane deve odorar di
farina. New York, 25 aprile 2003 By the way, sai che qui il mazzo di carte «Iraqi
regime» già fa affari d'oro? Venduto
Sensazioni post-belliche. Resta l'inammissibile strappo USA all'ONU. Se
dovessi riassumere con un'immagine direi che se anche l'Iraq dovesse
diventare domani, e grazie agli USA, un giardino ridente e fiorito, sarebbe
come se Don Rodrigo - dopo aver stuprato Lucia - l'avesse poi sposata e
fatta padrona del suo castello. Benessere, ricchezza e nozze riparatrici
basterebbero da sole a cancellare il peccato originario? La testa più lucida in tutta questa vicenda si è rivelata... Gheddafi. Ha troncato nettamente con la Lega Araba e si è mantenuto equidistante da Iraq e USA, proponendosi come una sorta di Svizzera africana. Oggi il mondo arabo appare diviso in due
schieramenti netti: paesi che hanno Sono stati questi ultimi, resisi improvvisamente conto della loro debolezza dopo l'invasione del '91 in Kuwait, a chiamare gli USA sul loro territorio, illudendosi di potersi pagare il loro esercito come un qualsiasi altro bene o servizio: per i marmi, Carrara; per lo champagne, la Francia; per la sicurezza, gli USA. Senza pensare che se gli USA hanno così prontamente accettato di accorrere in loro aiuto non è certamente stato per quei quattro soldi che il Kuwait ha comunque interamente pagato - e sull'unghia - ma per insediarsi stabilmente nella regione. I paesi arabi con un proprio esercito oggi accusano di questo ruolo di «incubazione» i paesi disarmati del Golfo: senza la loro richiesta, gli USA non sarebbero mai entrati in Medio Oriente. Al ragionamento opposto che in tal caso l'Iraq si sarebbe mangiato uno dopo l'altro gli staterelli delle famiglie del petrolio, i paesi armati rispondono che sarebbe bastata la forza dei loro eserciti e il diritto della Lega Araba per lavare i panni sporchi dentro mura di casa. Resta il fatto che anche avendone avuto il diritto e la forza, Lega e paesi arabi armati non hanno mostrato la necessaria prontezza. Oggi Egitto, Siria e Iran sentono sul collo il fiato di USA e Israele, insieme con la pesante responsabilità di dover in qualche modo difendere l'identità della nazione araba e orgogliosamente rifiutare di buttarsi tra le braccia dell'invasore. La legge dei numeri al momento è tutta contro di loro, ma nulla è ormai prevedibile e la situazione è estremamente fluida. La palla torna al centro, e al centro ci sta
Israele. Ma il ruolo di Israele sarà ancora lo stesso, e cioè quello del
cane lasciato a guardia del cortile, ora che il cortile è E ancora una domanda «mediatica»: se anziché
una guerra fosse stata una partita di calcio, avremmo tollerato di
sentircela raccontare da radiocronisti così sfacciatamente di parte come
quelli che hanno imperversato per un mese sui A te, studiosa di comunicazione, l'ardua
risposta (...che mi darai a voce spero tra qualche giorno in Italia). |
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