KasuMarzu

Lettere sulla guerra
di Adrian Leverkühn

 6 APRILE 2003
 


KasuMarzu nuova serie



Il Cairo, 7 marzo 2003

Mi scrivi che quel che sta accadendo in Egitto ti pare assurdo.

Direi che tutto quello che sta accadendo dappertutto (e soprattutto quel che accadrà tra qualche giorno) pare assurdo. Anche se in realtà ha una sua logica.

Qui in Egitto al momento la situazione è relativamente tranquilla, nel senso che le manifestazioni che si vanno svolgendo al Cairo sono per lo più indirizzate contro quei paesi arabi (in prima fila il Qatar e il Bahrein) che ospitano e supportano le truppe USA.

Mubarak è più filoamericano di Bush e Blair messi insieme, quando parla alla stampa estera, ma molto più prudente quando parla sulla stampa locale. Ad ogni buon modo ai giornali egiziani è stato formalmente proibito di parlar male degli USA, così, giusto per riempire le pagine, son diversi giorni che la stampa locale dà addosso all’Italia, ripubblicando tutte le peggiori gaffe del Berlusca a cominciare dalla famosa «superiorità dell’occidente».

Il clima è d’attesa, mentre la lira egiziana sta ormai a 318 delle nostre vecchie lire, e non son pochi quelli che  qua cominciano ad aver problemi di denaro.

Ecco quindi la recrudescenza dei furti, sia da parte di ladri dilettanti, come quello che si è introdotto in casa dell’amico M., sia di ladri «professionisti», come i doganieri egiziani che mi hanno derubato della macchina (la terza, ahimé) e si accingono a fare la stessa cosa con le auto degli altri colleghi italiani al Cairo.

A sentir queste cose verrebbe da gridare «Forza Bush!», se non sapessimo che dietro le manovre USA si nascondono progetti ben più temibili che non quattro ladruncoli in galabeya.

Se fino all’anno scorso ero dell’opinione che l’11 settembre avrebbe messo in discussione gli assetti di Yalta, oggi penso che in discussione siano addirittura gli stessi principi illuministi dell’Ottantanove.

In fondo, la democrazia borghese come noi la conosciamo è nata e cresciuta in quanto funzionale ad un’economia basata sulla libera circolazione delle merci e sulla conseguente espansione della produzione industriale e dei mercati di consumo. Ma oggi che l’economia USA si basa non più sulla produzione e sui commerci, demandati ai paesi del terzo e quarto mondo, ma sullo sfruttamento di beni immateriali o culturali quali software, prodotti cinetelevisivi, marchi, brevetti, diritti d’autore ecc., il sistema democratico come noi lo abbiamo conosciuto (basato sulla supremazia dei diritti dell’individuo) non ha più ragione di esistere, ed è destinato a lasciare il posto a sistemi autoritari e accentrati di tipo oligo-aristocratico, ben più funzionali a quei fini esattoriali – e non più industriali – che costituiscono ormai la principale attività economica USA.

Fino a quando gli USA potranno tollerare che nei negozi thailandesi si venda software americano liberamente copiato o che in Egitto si possano regolarmente acquistare in supermercato dischi e cassette riprodotti senza pagamento d’alcun diritto, o che le televisioni di molti Paesi mandino in onda senza pagare i film americani?

Fino ad avantieri, direi. Da domani quel che non si riuscirà ad imporre con accordi commerciali di tipo imperialistico verrà imposto con la forza.

Già oggi per le leggi italiane copiare un dischetto con Windows è considerato reato più grave che non rubare un’auto. Non mi meraviglierei se in un vicinissimo futuro dovesse essere considerato più grave del minacciare e ferire un altro essere umano...

Mi chiedi com’e’ andata la festa di Carnevale.
Bene, direi. Il rischio era che l’evolversi della situazione politica lo rendesse simile all’ultimo ballo sul Titanic, ma per una serie di fortunate circostanze è stata invece una festa assai riuscita.

Con l’Alexandria Swing Orchestra, con la quale suono da qualche tempo il basso, mi sto divertendo molto: anche la musica, come altri umani passatempi, è cosa che riesce meglio in compagnia che non in solitario... Il fatto più divertente è che qua – con buona pace di Fellini – anche le orchestre provano alla maniera egizia:  inshallah, bokara, maleesh. Se il pezzo viene bene è grazie a Dio, se viene male, pazienza! Mai che ci sfiori il dubbio che qualcuno di noi non sappia suonare o che ne abbia poca voglia...!
In questo modo non faremo certo della buona musica, ma ci divertiamo moltissimo! E così parimenti mi sembra vivano un po’ tutti gli egizi...
 

New York, 8 marzo 2003

Cerco di leggere il «New York Times» e altri giornali, seguo molto la Tv e cerco di capire la... testa di questi americani, ma inutile...

Una cosa insopportabile: si accalorano e dibattono sul problema degli orsi bruni (proteste perché qualcuno ha proposto di cacciarli, invece povere bestiole...) e non hanno il minimo dubbio nel dare inizio a una guerra.
Questa mania anglosassone degli animali considerati più sacri delle vacche in India o dei gatti nell’antico Egitto, non mi è mai andata giù... Vedere i poveri homeless elemosinare per strada, con questi freddi, e non vedere neanche mezzo cane randagio! Anzi hanno tutti il loro bel cappottino...

Hanno spesso ripetuto in Tv che l’argomento dell’imperialismo americano è una fola della debole Europa, che teme la forza degli Usa.
Ora è uscito un libro nel quale si dice che gli americani sono il popolo di Marte, gli europei di Venere... No comment.
Ti mando un powerpoint che ho appena ricevuto. Se è vero quello che dice, la guerra si farà solo per il petrolio...
 

II Cairo, 8 marzo 2003

Ho visto il powerpoint che mi hai mandato, ma continuo a non essere d’accordo. La guerra NON è per il petrolio, se no l’Europa sarebbe in prima fila; e neppure è una guerra di religione, se no in prima fila ci starebbe il Papa; e tanto meno è per portare in Iraq una non meglio precisata democrazia, che per definizione non può essere imposta dall’esterno con le armi. Ma soprattutto la guerra non è neppure contro l’Iraq, che oggi – privo di aviazione e di marina e con l’esercito a pezzi – è certamente uno dei paesi più deboli  e meno temibili al mondo.

La guerra, come ti scrivevo, è per Windows. E per quanto questo possa sembrare assurdo, appena troverò il tempo di buttar giù cinque o sei paginette credo che riuscirò a dimostrartelo.

Circa poi gli USA Marte e l’Europa Venere, mi vien da sorridere. Questo poteva valere per Roma e Atene: una faceva la guerra e l’altra filosofeggiava. Ma oggi? Gli USA sono il maggior produttore di beni culturali (sono loro la nuova biblioteca di Alessandria) e hanno l’esercito più forte del mondo: sono Roma e Atene allo stesso tempo. O meglio: sono la bruttissima copia di Roma (Roma ci ha dato cinquecento anni di pace. E loro?) e la bruttissima copia di Atene (ci han dato Lucy ed io, mica l’Anabasi).

La cosa che più ci intristisce, in Europa, è quando gli USA ci accusano di non avere un esercito, dimenticando che sono proprio i loro trattati di pace che ci impediscono di averlo: sia a livello locale che internazionale.

In Italia il trattato del 1947 (quello che ben prima di Saddam ci ha «disarmato») ancora ci vieta di organizzare strutture di difesa costiera, di detenere navi portaerei e missili a media e lunga gittata, armamenti nucleari, sommergibili oltre una certa stazza ecc. ecc. Ancora più punitivo il disarmo subìto dalla Germania.

Ma nonostante questi lacci e laccetti oggi l’euro (prodotto del pensiero e non delle armi) si sta mangiando in un sol boccone il dollaro, ed è questo che agli americani non va giù.
E allora: Venere, bella e con i soldi, pensa a vivere bene e in pace con il mondo, e a Marte indebitato in mutande non resta che attaccar briga con chiunque e picchiarsi con finti avversari la domenica allo stadio...

Parlerà la storia. Per conto mio vale il vecchio proverbio: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
E tu, vuoi andare con Bush, Berlusconi, la Bulgaria, Colin Powell, Rumsfield, Emilio Fede, Sharon? O vuoi andare con Ciampi, Romano Prodi, Chirac, l’Europa, Schroeder, il Papa?



New York, 15 marzo 2003

Sottoscrivo tutto quello che dici.
Ieri per la prima volta ho affrontato in classe l’argomento della guerra. I miei studenti, che non sono sciocchi, hanno un grande timore: che l’Europa e il resto del mondo considerino gli americani come un blocco monolitico di guerrafondai, quando non è così.
Le proteste ci sono anche qui, ma come ammettono anche loro la TV è tutt’altro che obiettiva e non so se addirittura gli ultimi sondaggi che danno il 65 % a favore siano stati un po' gonfiati. Comunque il problema non sono i paciocconi americani, ma il loro Presidente...

Intanto oggi sono le Idi di Marzo: stiamo a vedere quel che succede.
Cadrà un altro Cesare?


Il Cairo, 15 marzo 2003

Ho letto la Fallaci, che questa volta è apparsa sul Corriere solo in traduzione, a seguire gli USA. Tra le consuete invettive una notazione giusta: Bush non può pensare di darci a bere che va in Iraq a «portare la democazia», e neppure può continuare ad ingannarci sui fini della guerra: ora «disarmare» Saddam, anzi no: esiliarlo, scusate, no: cambiare regime, ma che dico: liberare gli iracheni ecc.
È probabile che se Bush avesse sin dal principio esposto con chiarezza i motivi per cui vuole la guerra, molte più persone oggi lo seguirebbero. Ma quest’errore di comunicazione, insieme con altri errori di valutazione (la mancata maggioranza all’Onu), ormai c’è stato, ed è proprio l’accumularsi di questi errori quel che maggiormente preoccupa il mondo.

Hitler cercò di conquistare il mondo con un’economia in precipitosa crescita, un retroterra ideologico-filosofico culturalmente tra i più avanzati in Europa e l’esercito allora più forte al mondo. Bush oggi ha dalla sua solo quest’ultimo: non ha un disegno culturale che vada oltre una più ampia diffusione di McDonald e Coca Cola e soprattutto ha un’economia in cattivissime acque, se non proprio allo sfascio.

Si muove come un elefante in cristalleria. Perché meravigliarsi allora se qualcuno in Europa teme per i propri cristalli?

Uno dei «cristalli» europei, forse il più importante, sono i diritti umani, così come sanciti dalla Dichiarazione dell’Otttantanove. E i conseguenti Diritti delle Nazioni.

Con Bush che ammette e giustifica l’uso della tortura contro i prigionieri afghani, che progetta e mette in atto l’ingerenza negli affari interni di paesi terzi, che esercita inammissibili pressioni sull’Onu e sugli altri paesi membri, che si interpone indebitamente in una discussione che vede contrapposti ONU e Iraq come se riguardasse invece USA e Iraq, che mente spudoratamente sui motivi che lo spingono alla guerra, che pianifica e pratica l’assassinio politico, come meravigliarsi che sia proprio la Francia, che di quei diritti è stata la culla, alla testa del movimento di opposizione a tanta dissennata politica di potenza?
E sottolineo dissennata, perché se fosse assennata nessuno si sognerebbe di negare agli USA quei diritti che sempre e comunque discendono dal possesso di una maggiore forza, come ad esempio quello di mantenere l’occupazione militare di ampie estensioni territoriali in Italia e in Germania, o di tenere in vita quei trattati del 1947 che impediscono all’Italia di armare in modo efficace il proprio esercito e alla Germania addirittura di possederne uno.

Ma ci si può fidare di una nazione che vediamo procedere brancolando a tastoni, la cui andatura si addice più a un ubriaco che non a chi è ben fermo sulle proprie gambe?
Io non mi fido. In questa guerra le uniche cose intelligenti – e neppure tanto – saranno le bombe. Poi saranno tre milioni di profughi che dovremo dividerci tra Russia ed Europa, mentre Israele farà le sue porcherie in Siria e gli USA consolideranno in modo permanente le posizioni conquistate, con una grave alterazione degli equilibri politici a spese anche e soprattutto di Russia e Cina.

Detto ciò, penso che Bush stia facendo quanto in suo potere a fini di pace, ancorché limitata al proprio paese. E anche Saddam, nell’affrontare il bruttissimo scherzo che la Storia gli ha riservato, è fermamente determinato a salvare la pace nel proprio paese. E così Chirac, che insieme alla pace vuol salvare anche le istituzioni e i sacri princìpi.
Ma l’Italia? Che diavolo d’interesse ha oggi l’Italia a reggere il moccolo agli USA, che in nome di una non meglio precisata «amicizia» ancora ne limitano fortememente la sovranità?


Il Cairo, 18 marzo 2003

Siamo ormai sotto ultimatum e non ci resta che stare a vedere quel che
succederà.
Da questo momento qualsiasi Stato sarà comunque implicitamente autorizzato ad usare la forza senza il consenso né del mondo, né della propria popolazione. Aspettiamoci che la Cina si riprenda Taiwan e si scontri col Giappone, e – come fermamente io credo – Israele approfitti della cagnara in Iraq per entrare in Siria.
 

New York, 18 marzo 2003

Da due giorni ho un’angoscia che mi attanaglia il cuore.

Ieri sera avevo il Nabucco: opera meravigliosa, era la prima di questa stagione. Quei cori danno i brividi, interpreti eccezionali.

Ma non riuscivo a stare serena. Pensavo al texano che alla stessa ora in Tv stava facendo il discorso alla nazione.

Tutti gli americani con cui tento di attaccare discorso su questo argomento, non so perché, tacciono, svicolano, cambiano discorso. Non riesco a capire se è qualunquismo, indifferenza, menefreghismo, paura di esprimere la propria idea. Boh!

Anche nei corsi che sto seguendo (Listening in the Real World e Topics in Culture and Society) gli insegnanti evitano di farci esprimere le nostre opinioni: letto l’articoletto o fatta la comprensione, passano ad altro.

Forse temono che la contemporanea presenza di una francesina, di una moglie di diplomatico tedesca, un’ungherese e un’italiana sia una miscela esplosiva?

Leggo che l’Egitto è preoccupato per la stabilità interna. Ed io mi preoccupo per voi. Intanto qui ieri sulla Fifth, parata per Saint Patrick: mitra e militari ovunque.

 

Il Cairo, 19 marzo 2003

Assolutamente non ti devi angosciare. Non è con l’angoscia che va vissuta questa situazione (e in generale tutte le situazioni) ma con la mente fresca e l’occhio sveglio.

La guerra non è la risposta ai problemi americani, ma piuttosto apre una serie di nuovi problemi e di domande, sui quali si valuterà storicamente l’esito dello scontro: il dollaro risalirà? Saddam cederà subito o venderà cara la pelle? e le armi biologiche esistono? e se esistono saranno usate? e se si vince in due giorni poi che si fa? e gli altri che faranno? ecc. ecc.

Leggiti questo attacco illuminante di un pezzo di Enrico Deaglio letto  sull’Unione Sarda di oggi:

Non c’è nulla che non sia stato previsto, ma probabilmente nulla andrà come è stato previsto. Dichiarando la guerra contro Saddam Hussein, il presidente degli Stati Uniti ha bruciato, caso unico della storia politica e diplomatica del nostro mondo, i suoi ponti alle spalle. Deve vincere. Deve vincere in tempo molto breve. Deve avere pochi morti da seppellire in casa. Deve contrastare una possibile nuova stagione di terrorismo internazionale. Deve essere rieletto nella sfida presidenziale dell’anno prossimo.
Nello stesso tempo George W. Bush si è alienato le simpatie di quasi tutto il mondo, ha scosso addirittura la stabilità del suo alleato più fedele, Tony Blair, ha umiliato l’Onu, ha insultato la Francia, si è attirato i sospetti di Putin e, ancora più foscamente, i sospetti della Cina, che in qualche maniera si considera il prossimo obiettivo frontale degli Usa. [...]

Si è comportato dunque come l’elefante in cristalleria di cui si parlava in un’altra mail, o se vuoi come un bambino capriccioso, o ancora come un giocatore di poker arrivato all’ultima mano, che ha messo tutto sul piatto scegliendo l’estremo rischio.

Ma bene o male a questo punto il dado è tratto, e l’America va a combattere. E ci va con tutta la forza, la coscienza e l’incoscienza di cui è capace, sapendo che se anche dovesse andar male potrà sempre tirarne fuori dei bellissimi film da vendere tra cinque o sei anni al resto del mondo. Nemici compresi.

Non ti meravigliare dunque se nessun americano accetta di discutere la cosa con te: non è che lo faccia per spocchia o per paura o per vergogna, ma semplicemente perché pensa che sia finito il tempo delle discussioni, e adesso conti solo combattere e vincere.

Tu sei oggi chiamata a decidere se vuoi essere un’americana o una straniera (qui probabilmente la fonte delle tue angosce). Visto da fuori un americano è assolutamente indistinguibile da uno straniero, straniero com’è dopotutto per origine anch’egli. Ma visto da dentro un americano è come le stelle della sua bandiera, che sventolano tutte insieme in formazione serratissima e nella stessa direzione dove le muove il vento. In questa capacità – al momento del bisogno – di annullarsi come individui e risorgere come nazione sta la forza degli USA.

Quando questo succede è inutile pensare di poter discutere con loro. Anche riuscendo a farlo, sarebbe come intervistare un’ape nell’alveare e chiederle la propria opinione circa l’opportunità di trasformare il polline in miele. Ti risponderebbe che quello è il suo dovere, o che quella è la volontà della sua amata regina, o che quella è la ragione per cui esiste l’alveare. Questo è infine il famoso pragmatismo americano: l’incapacità di astrarre e di astrarsi e di osservare le cose da un punto di vista «altro».

L’Egitto non è mai stato tranquillo come in questo momento. Se c’è un sentimento ostile, questo è nei riguardi di quei paesi del Golfo che hanno dato appoggio agli USA. Le manifestazioni  di piazza, almeno quelle non governative, non tuonano contro gli USA ma contro il Qatar e il Bahrein. E anche la Lega Araba ne sta uscendo con le ossa a pezzi come e più dell’Europa (la Libia già se n’è andata).

Gli elementi più facinorosi, tra l’altro, sono partiti volontari per combattere in Iraq (e poco c’è mancato che Mubarak pagasse loro il biglietto, anche se di sola andata...). Così anche la situazione per le strade è molto più tranquilla dell’anno scorso, e le poche manifestazioni si svolgono all’interno dei campus e senza quello spiegamento di mezzi antisommossa che eravamo abituati a vedere.

Certo molto dipenderà dall’evolversi della situazione («non c’è nulla che non sia stato previsto, ma probabilmente nulla andrà come è stato previsto»), ma al momento penso che l’Egitto sia politicamente posizionato in modo molto più chiaro e netto che non l’Italia, orientato alla «comprensione» dei comportamenti USA e all’incasso degli aumentati transiti di navi militari nel Canale.

Quello che preoccupa me, come ben sai, non è l’immediato ­– a cui in un modo o nell’altro si riesce sempre a far fronte – quanto la prospettiva futura di una riduzione su scala planetaria dei diritti individuali e  democratici, così come il progressivo autoisolamento delle nazioni. Una riproposizione in chiave neofeudale dei rapporti tra le nazioni di cui abbiamo avuto qualche sostanzioso assaggio con le inaccettabili pressioni che gli USA hanno esercitato nei confronti degli stati ieri «amici», ed oggi sempre più chiaramente vassalli.

Ecco: bisogna guardare avanti e non piegare la testa. Chi piega la testa vede solo la punta delle proprie scarpe, chi guarda avanti ha tutto chiaro sotto i propri occhi.

Ancora una volta – e da miscredente – son costretto a inchinarmi davanti a questo Papa, che la testa proprio non l’ha mai piegata e vede ben chiaro davanti a sé il brutto film che l’America sta preparando per noi e per il mondo.
La sua voce, perso ogni tremore, è risuonata più potente di quella di Chirac, più ferma di quella dell’ONU, più minacciosa di quella della Lega Araba. E rende impossibile una qualsiasi giustificazione morale all’aggressione che si sta preparando.

Bush, in questa guerra, ha chiesto a Berlusconi un solo favore, o meglio, gli ha affidato un solo compito: quello di zittire il Papa. Il pelato di Arcore non c’è riuscito e ha perso la fiducia del suo padrone, che l’ha ricacciato a razzolar briciole sotto al tavolo. Lui che pensava che quattro delle sue celebri pacche sarebbero state sufficienti a riappacificare Blair e Chirac, Bush e Putin, Sharon e Arafat...

Stiamo a vedere allora,e  con gli occhi ben aperti. La Storia di questo inizio secolo ci ha voluto come testimoni, e per essere buoni testimoni dobbiamo ben osservare. A te poi è stato dato un osservatorio privilegiato, in prima linea. Fanne buon uso!
 

New York, 22 marzo 2003

Ti mando una bellissima riflessione di Starnone, che leggo su MicroMega di febbraio. L’articolo termina così:

«Mi è venuto in mente il nodo di gordio. La storia di questo nodo è significativa. Gordio era il nome di un contadino frigio che, grazie a una profezia, diventò re e fondò una città a cui diede il suo nome. L’agricoltore per gratitudine consacrò a Zeus il suo aratro, che aveva il timone annodato con un nodo complicatissimo. Scioglierlo era così difficile che si decise di dare l’impero del mondo a chi ci fosse riuscito. Passò di lì Alessandro Magno aspirante imperatore, e non ci perse nemmeno dieci secondi: sguainò la spada e lo tagliò.

Questo gesto è stato molto amato da certa posterità sensibile ai gesti plateali, tanto che se oggi si dice nodo gordiano viene subito in mente Alessandro che sguaina la spada e zac. Del contadino, del suo aratro e della funzione simbolica di quel nodo difficile è sbiadita la memoria. Perché? Perché questi comportamenti brutali e presuntuosi di militari piacciono tanto? Forse perché sembrano contenere chissà quale saggezza e invece trasmettono solo l’idea banalotta che grand’uomo è chi non perde tempo coi beoti ma taglia, rompe, spacca con decisione.

Il messaggio del contadino-re tuttavia non era banale e può essere sintetizzato così: “chi pretende il comando del mondo deve avere la pazienza, la costanza, la sensibilità e l’intelligenza che ci vogliono per sciogliere questo nodo”. Messaggio di grande saggezza, finito come al solito nel nulla grazie a un colpo di spada.

È pur vero, però, che la metafora dello sciogliere nodi ha conservato una sua positività, e il genere umano non si è ancora estinto solo grazie a chi si è sempre battuto perché i nodi non vadano tagliati ma sciolti. Certo non è cosa che ci si può aspettare da eroi e navigatori, forse nemmeno da santi. È compito della gente di buona volontà ricominciare da Gordio e impedire l’ottuso ricorso dei furbi alla spada. La pace, alla fine, è il buon governo della complessità. La guerra è il trionfo criminale della semplificazione».

 

Il Cairo, 22 marzo 2003 

Bene Starnone, intelligenza fortunatamente riuscita a disseppellirsi dalla scuola!
Qui da noi siamo a un momento di svolta: l’anno scorso si bruciavano le insegne di McDonald, quest’anno i ritratti di Mubarak, e con tutto il rispetto per McDonald mi pare un fatto più preoccupante. Reggeremo?
 

New York, 22 marzo 2003-04-06

Torno adesso dalla manifestazione, che si sta svolgendo proprio sotto casa mia.

È troppo tardi, ormai, per gridare alla pace, ma non ho potuto farne a meno.

Sapessi quanta gente, e che cartelli ironici.
Te ne dico uno: «The only bush (nel senso di cespuglio o come lo chiami tu, ciuffo) I trust is my own» (ragazza con cartello raffigurante il proprio ciuffo). E poi «Shock and flawed», e così via...

Ho visto il casino del Cairo e sono molto preoccupata. Il vespaio è stato stuzzicato: tu dici che la Lega araba è a pezzi ma io credo che forse questa sarà un’occasione per gli Stati arabi per inasprirsi di più (e «fondamentalizzarsi») e ritrovare la loro unità... in nome della vendetta.
Non sarà domani, né dopodomani, ma il ciclo di violenza che così continua porterà in futuro chissà quanti altri undici settembre.
 

New York, 24 marzo 2003

Alla TV c'è la premiazione per gli Academy Awards. Ha vinto Michael Moore per il miglior documentario Bowling for Columbine.
Moore ha scritto recentemente un libro contro Bush. Ebbene: ha ringraziato e poi ha detto: «A me piace fare i documentari e non i film di finzione, perché viviamo in un mondo che è già fittizio, in cui elezioni fittizie ci hanno dato un Presidente fittizio, che sta facendo una guerra per motivi fittizi», e alla fine ha detto: «Bush shame on you, even the Pope is against you!», fra i fischi e gli applausi del pubblico.

Giro canale e vedo le notizie dall’Iraq.
Ecco, ora i militari americani accusano gli iracheni del fatto che stanno reagendo e opponendo resistenza con vestiti civili e non militari, e che non usano i mezzi militari ma altri mezzi.
Non ho parole! Dicono che sono stati ingannati e che non vale!
Ah! I poveracci combattono in galabeya, capito? E quelli, superattrezzati, si lamentano che non combattono ad armi pari!


Il Cairo, 24 marzo 2003

Delle esternazioni pacifiste alla cerimonia degli Oscar già sapevo dalle nostre televisioni. E il calembour tra «Bush» e «bush» era già ampiamente in uso ai tempi di Bush padre, senza tralasciare la mia personale considerazione che son state forse combattute più guerre (e con più morti!) per il bush (minuscolo) che per il Bush (maiuscolo)...
Certo però che anche a me sono rizzati i capelli quando ho sentito il Bush (maiuscolo) esortare gli iracheni al rispetto della Convenzione di Ginevra, lui che se n’è fatto beffe rinchiudendo migliaia di talebani a Guantanamo in gabbie di rete metallica (leggi: pollai) di 2×2.5 m dove vengono praticate – lo sostiene
Amnesty International – azioni sistematiche di tortura.
Ma lui si difende dicendo che quelli non sono soldati ma «combattenti irregolari»!

Fatto sta che ieri stavamo in ristorante, dove il televisore sta acceso ventiquattr’ore al giorno, e abbiamo visto passare le immagini incriminate, quelle dei prigionieri USA, su Al Jazeera.
Disgustose, è vero, ma c’è forse un modo di rendere la guerra «gustosa»? Forse Lili Gruber coi suoi completini da battaglia, prét â bombarder? Gustoso è stato lo striscione col Berlusca, issato da un commando di Greenpeace sul Vittoriano a Roma: «Un impegno concreto: Guerra», accanto all’immagine del baùscia schiacciato sotto un elmetto da SS. E sempre a proposito di Berlusca (e di ciuffo), pare che non sia vero che è pelato: i capelli se li sarebbe tagliati lui molti anni fa, per evitare di essere «acciuffato»!



New York, 28 marzo 2003

Chi resiste a questo stilli/geno/cidio?
Io sono un belva.
Forse oggi decido di costruirmi un bel cartellone e di andare in giro con quello: ci scriverò su: «USA have to disarm. They are not wise enough to use bombs and missiles».

Tanto tecnologicamente avanzati e tanto stupidi.

Misuriamo il loro grado di stupidità?

1) Non si è alzato in volo mezzo aereo iracheno e allora, in mancanza di bersagli, sono andati ad abbattere un aereo inglese. Errore? Allora doppiamente stupidi!

2) Se mi inganni non vale... Si lamentano perché gli altri non combattono «regolarmente», ma con gli agguati. Dov’è la regolarità in guerra? Chi stabilisce le regole del gioco? Se le galabeye che fingono di arrendersi li gabbano, allora stupidi e ingenui a credere che si stiano arrendendo. Evidentemente non conoscono per niente gli arabi...  

3) Stupidi e ignoranti se credono veramente (e non è un pretesto) di portare la democrazia in Iraq con un’inseminazione artificiale. Non occorre essere esperti islamisti per sapere che non la saprebbero gestire.

Secondo me, questi sono una massa di creduloni, tonti e arcitonti, la gente comune, mentre la Bush Administration è in malafede: ha appena mandato i soldati al massacro, già l' ad azzannarsi per spartirsi la torta degli appalti per la ricostruzione...
 

Il Cairo, 30 marzo 2003

Ti sento emotivamente assai coinvolta, e questo è un atteggiamento decisamente «americano» (!)
D’altra parte quale altro atteggiamento sarebbe possibile, ora che anche i prìncipi del self-control, i britannici, sporcatisi le mani con questa guerra che – per dirla marxianamente – ripropone come farsa la tragedia del 1991, lungi dal darcene attendibili spiegazioni cavalcano anch’essi il più retrivo sentimentalismo patriottico?

Capisco che ti senta indignata – come tutti noi – più ancora che per quel che succede per il fatto che vogliano a tutti i costi  «darcela a bere», tentando di rivoltare non soltanto le leggi, ma addirittura i fondamenti di quel pensiero logico che (lo sottolineava qualche settimana fa Claudio Magris sul Corriere) è all’origine stessa della nostra «diversità» (superiorità?) occidentale.

Perse le nostre radici illuministiche, nulla più ci autorizzerebbe ad erigerci come maestri del mondo, ma tutt’al più a proporci – o meglio imporci – come indesiderati ed odiatissimi padroni.

Ma tu sai come io la penso: se è vero che a vacillare sono i cardini dell’Ottantanove, allora è in pericolo anche il bisogno stesso di un pensiero razionale, illuministico, e quel che si va costruendo è un neo-feudalesimo a tutela di quelle moderne regalìe che oggi sono i diritti sul software, i brevetti industriali, i diritti cinetelevisivi.

Quello dei beni immateriali è un monopolio atipico, ancora pochissimo studiato.
Se i vecchi monopoli (quelli dei beni materiali) esercitavano direttamente il loro potere aprendo o chiudendo i rubinetti dello zucchero, del rame o del petrolio, e così affamando o arricchendo vaste popolazioni, i nuovi monopoli (quelli dei beni immateriali) non possono fare altrettanto: se gli USA decidessero di proibire con un embargo l’uso di Windows negli Stati «non amici», cosa che sulla carta potrebbe bloccare tutte le attività produttive, amministrative, comunicative, educative di una nazione, questi continuerebbero infatti ad farne uso in forma di copie pirata, illegali per gli USA, ma perfettamente legittime a livello locale nel momento in cui saltassero gli accordi commerciali tra gli USA e tali Paesi.

I nuovi monopoli, di fatto privi di potere reale, necessitano pertanto del soccorso delle armi.

Vivono anche grandissime contraddizioni. Pensa per esempio al software: il software che è insieme merce e linguaggio. In quanto linguaggio è interesse comune che sia largamente diffuso in tutto il pianeta, e che tutte le macchine al mondo parlino la stessa lingua. In quanto merce deve però garantire un profitto, e quindi non può essere diffuso in quegli Stati (e sono la maggioranza) che non sono in grado di pagarlo o con i quali non siano stati stipulati accordi di tutela dei diritti d’autore. Ma siccome nessuno può farne a meno, anche lì il software è comunque presente, seppure in forma abusiva.

Un’altra simile contraddizione è stata avvertita quando gli USA si son stretti a tutela dei diritti industriali delle loro case farmaceutiche, impedendo agli stati del terzo mondo di combattere con medicinali aggiornati il flagello dell’AIDS.
Anche qui l’interesse del mondo è che la malattia venga combattuta alla fonte, e quindi negli stati più poveri dell’Africa, ma questo si scontra con l’esigenza di difendere i profitti di quei beni immateriali che sono ormai l’unico prodotto degli USA.

Su scala più ridotta accade la stessa cosa in Italia, quando si perseguita l’ambulante senegalese che vende finte borse Gucci fabbricate in Cina (dove però vengono fatte anche quelle autentiche) e che spesso sono di qualità identica, se non superiore, a quelle originali.

Questa la visione a lunga e lunghissima scadenza.
Per quanto riguarda invece il brevissimo termine hai ragione tu quando dici che non si è alzato in volo mezzo aereo iracheno e allora, in mancanza di bersagli, sono andati ad abbattere un aereo inglese!
Beh, stanno facendo tutto da soli, anche il gettarsi le bombe a mano nelle tende, visto che i nemici, male armati come sono, non riescono a fare di meglio (e neppure possiedono una marina o un’aviazione). Se fossi un vignettista avrei già disegnato un nuovo fucile con la canna ricurva, a manico d’ombrello, ultima trovata di Bush affinché anche i soldati USA meno dotati nella mira possano più facilmente spararsi da soli!

Guance come natiche, questi americani! Proprio loro che si son vantati di aver già da tempo infiltrato in Iraq migliaia di informatori in borghese (chissà, forse anche in galabeya), adesso fanno le vergini se attaccati da combattenti senza divisa! Forse che i talebani in Afghanistan sono andati loro incontro con le giacchette stirate?

Guance come natiche anche quando si augurano che i prigionieri americani vengano trattati nel rispetto della Convenzione di Vienna. Proprio loro che hanno dichiarato «inapplicabile» la Convenzione di Vienna nei confronti dei talebani rinchiusi a Guantanamo.

Aggiungi ancora che il golìa USA è al momento impantanato anche militarmente.
Gli iracheni stanno applicando le tattiche apprese dai vecchi istruttori sovietici: le stesse in virtù delle quali Napoleone fu lasciato penetrare in Russia per essere poi decimato da veloci attacchi alle retrovie e quindi da quel «generale inverno» che qui sarà presto e degnamente sostituito dalla non meno infida «generalessa estate».

Su una sola cosa do ragione a Bush: che prima o poi Saddam sarà ucciso e l’Iraq cadrà in mani americane.  Resta da vedere a quale prezzo. E il conto sarà come sempre presentato alla fine.

 

New York, 5 aprile 2003

Leggo che molti egiziani stanno partendo per l’Iraq.
Sono sempre preoccupata per voi.

 

Il Cairo, 5 aprile 2003

Dall’Egitto pare siano partite non più di 150 persone, e non è neppure detto che riescano ad entrare in Iraq. Quando dall’Italia partirono per la Spagna le brigate Garibaldi, erano certo più numerose e meglio armate.

Se sei preoccupata per noi è solo perché guardi la tv americana (che è pur sempre meno «americana» della tv italiana!). Qui la situazione è notevolmente più tranquilla dell’anno scorso, e le manifestazioni sono guidate a livello governativo. L’ultima – organizzata dal partito di Mubarak – si è tenuta avantieri dentro lo stadio di Alessandria. Nello stesso giorno si è manifestato dopo la preghiera anche al Cairo, ma sempre dentro i cortili di El Ahzar.

Ora è chiaro che se i tiggì mostrano orde di musulmani urlanti che innalzano cartelli minacciosi, ma non dicono che i manifestanti stanno dentro a un cortile e che i cartelli son stati forniti loro dal governo, la cosa può sembrare preoccupante. Tutto invece è sotto controllo. I pericoli - anche se non tutti sembrano averlo capito – vengono piuttosto dagli USA, che minacciano la Siria e l’Iran, o da Sharon che minaccia pubblicamente l’Egitto.

Nel mare di chiacchiere che invade le nostre televisioni (la tecnica è sempre quella: si invitano due persone competenti e otto di nessuna competenza: attori, politici, medici, calciatori... e poi si dà pari dignità a tutti, così che l’opinione di un ragazzo fermato per strada vale quanto quella di un docente di diritto internazionale o del corrispondente che sta con i suoi occhi sul campo) ho sentito una sola cosa intelligente.
Un anziano e simpatico professore di diritto, di cui non ricordo il nome, ha detto che non siamo di fronte – in senso tecnico – ad una vera e propria guerra, ma piuttosto a una rivoluzione, intendendo con questo termine un evento bellico di natura illegittima che solo vincendo e instaurarando una nuova legittimità può giustappunto autolegittimarsi ed assicurarsi un futuro.

È una tesi che in parte sottoscrivo, e che spiega benissimo come in ballo non ci sia soltanto lo scalpo dei baffi di Saddam ma il disegno di un nuovo assetto dei rapporti tra le nazioni che comporta una ridefinizione del ruolo e dei poteri dell’Onu, l’istituzionalizzazione del ruolo di superpotenza incontrastabile degli USA, la sottomissione di fatto del pianeta al nuovo ordine.

Di contro, perdere una rivoluzione non è come perdere una guerra: il rivoluzionario fallito è un fuorilegge per sua stessa definizione, e la Storia non gli ha mai riservato altro che il rogo o la forca.

Ne consegue che l’amministrazione Bush deve per forza di cose giocare il tutto per tutto, e questo spiega la ferma determinazione con la quale stanno procedendo. Resta un mare di incognite per quanto riguarda il futuro, ma è inutile parlarne fino a che non si concretizzerà e quantificherà la vittoria USA.

Certamente le ipotesi che si aprono sono tante.

Ad esempio: se gli USA consolideranno la loro presenza nell’area, per quale motivo dovrebbero continuare a riempire di soldi Israele per svolgere i medesimi compiti? È chiaro che il ruolo e l’importanza di Israele usciranno ridimensionati dal conflitto (e questo spiega lo scarso entusiasmo israeliano per questa guerra). 

E se le conquiste USA fossero più ampie di quelle promesse, la Cina si accontenterà ancora del piccolo bocconcino riservatole, e cioè la sola Taiwan? O non ridarà fiato alle antiche pretese nei confronti del Giappone, che non a caso si è schierato col vecchio nemico USA contro la Cina?

E il processo di unificazione europea avrà ancora un senso, se l’Europa non dovesse più nascere come alternativa agli USA ma solo come entità regionale sottomessa agli USA che riunisca vecchie provincie anch’esse già sottomesse agli USA?

E gli USA avranno una qualità della vita migliore o peggiore, se i loro cittadini dovranno pensarci due volte prima di programmare anche solo una gita a Parigi, dove la loro presenza susciterà la medesima ostilità che oggi circonda gli ebrei in qualsiasi parte del mondo essi si rechino?

Penso a un Iraq americano e vedo un paese forse esteticamente più bello, con strade a otto corsie e famigliole col cagnolino in giardino. Ma poi penso: era più bella da vedere la Milano austriaca, con le strade ordinate, le luminarie, i giardini ben curati e le carrozze eleganti per strada, o la Milano savoiarda, con la gente impoverita che chiedeva pane e Bava Beccaris che rispondeva cannoneggiando?

Chiedilo ai milanesi: e ti diranno che sempre preferiranno una palla di cannone di Bava Beccaris a un sigaro offerto da un austriaco, e così son sicuro anche gli iracheni preferiscano la frusta di Saddam a una carezza americana, così come nessuno di noi, da bambino, avrebbe scambiato la sua mamma o il suo papà con quelli magari più belli o più ricchi, ma di un altro.

Ecco perché dubito che gli alleati potranno mai impadronirsi, come spera Blair, del «cuore e delle menti» degli iracheni. Il destino di tutti i veri tiranni è quello di essere temuti, forse rispettati. In nessun caso amati.

 

New York, 9 aprile 2003

La TV americana intanto continua a coprire tutte le malefatte: oh, si fosse vista una
goccia di sangue dall'inizio del conflitto, ma che dico, toh, un ferito, una barella, un bambino in ospedale.

No: qui abbiamo:
1) il C'è Posta per te (dalla guerra) uno spettacolo «stupendo» dove le consorti in lacrime leggono le lettere o le email di guerra inviate dai marines;
2) il «salotto» televisivo con gli opinionisti, tranquilli negli studi TV;
3) qualche collegamento audiovisivo dal Qatar e da Baghdad solo telefonico con il racconto «aedico» della guerra;
4) i necrologi dei marines: di ogni caduto foto, vita morte miracoli e se possibile
intervista alle famiglie inconsolabili.
Con la pubblicità e tutto dura un'oretta...

 

Il Cairo, 9 aprile 2003

Ho abbandonato un attimo il piccì per correre nell'altra stanza dove è appena passato in tivù l'abbattimento del saddamone di bronzo in piazza del Paradiso a
Bagdad.

Pare che sia finita, almeno a Bagdad. Vedremo nei prossimi giorni. Le voci che girano su Al Jazeera (da fonti russe) parlano di una fine concordata coi gerarchi iracheni. Ma c'è chi giura che Saddam si sia rifugiato a Tibrik.

Circa la fine dei tre giornalisti, notizia ormai messa in ombra dalla presa di Bagdad, qui da noi c'è la forte sensazione che le azioni contro i giornalisti, e in particolare l'attacco alle sedi di Al Jazeera e Abu Dhabi TV non siano state degli incidenti, ma azioni fermamente volute.

Pare si sia trattato di una vendetta nei confronti di Al Jazeera, che il giorno prima aveva trasmesso immagini veramente orripilanti poi rimbalzate su tutte le televisioni arabe: i corpi di alcuni marines, legati per i piedi al paraurti di un furgoncino pick-up carico di miliziani urlanti, trascinati per chilometri lungo le strade di Bagdad alla
maniera di Cola di Rienzo, fino a ridurli a brandelli di carne del tutto irriconoscibili.

Nessuna delle emittenti occidentali ha non dico mostrato, ma neppure minimamente accennato a queste barbare immagini. Gli alti gradi americani hanno minimizzato e hanno parlato di soldati «dispersi», ma è certamente verosimile che tra i loro commilitoni possa esser nato il desiderio di cancellare lo strazio di quelle scene sferrando un colpo alle due televisioni arabe, con la ciliegina di un avvertimento aggiuntivo per gli osservatori del Palestine.

Ecco: tu ti lamenti che alla tivù (tivì?) americana non si vede il sangue, ma solo lacrime di mamme e fidanzate. Qui sui dishes arabi non si vede altro che sangue, servito a tutte le ore al bar, dal barbiere o al ristorante, luoghi dove - come ben sai - il televisore sta acceso per ventiquattr'ore al giorno e col volume a manetta.

Non so quale dei due sia più disgustoso: il miele delle trasmissioni americane o le budella srotolate su quelle arabe. Forse è vero che disgustosa è la guerra in sé, o ancor più disgustoso è questo volerne fare comunque spettacolo.

Ultima nota buffa: gli inglesi entrano a Bassora e tutti giù a filmare «il popolo in festa». Il popolo era sì in festa, ahimé, ma non per l'ingresso degli alleati quanto per il fatto che - dissoltasi la polizia di Saddam -poteva finalmente abbandonarsi ad ogni genere di saccheggio.

Depredato fino all'intonaco un grande albergo dal quale son riusciti a strappar via persino i sanitari, gli infissi e la moquette. Le nostre tivù hanno dato la notizia, ma si son guardate bene dal dire che l'albergo in questione altro non era che il Bassora Sheraton!

Come dire: il popolo in festa ringrazia gli americani depredando un albergo americano! Anche nelle peggiori tragedie c'è sempre spazio per una sonora risata.
 

New York, 12 aprile 2003

Ho appena spento la tivì infernale: sulle reti americane che ormai controllo a tappeto quasi maniacalmente poco hanno fatto vedere del saccheggio e nulla si dice per esempio della distruzione del Museo archeologico. Ma a loro della storia gliene è sempre fregato poco.

Poi ci si chiede: chissà perché hanno saccheggiato tanto bene le Ambasciate tedesca e francese e il Centro culturale francese? Per gli americani, che sanno distorcere e piegare ai loro fini di propaganda qualunque episodio, questa magari sarà la prova che gli iracheni volevano buttar giù Saddam e covavano rabbia verso francesi e tedeschi, che si sono opposti alla guerra.

A me puzza tanto di zampino americano, di vendetta (come quella sui giornalisti)...
Chi non ci dice che abbiano sfondato i portoni con i tanks e permesso ai selvaggi
indiavolati di fare razzie?

Altre bestialità le ha dette Rumsfeld, vero «saddamericano», quando si è scagliato con veemenza contro i giornalisti rimproverandoli perché su otto testate di giornale
si parlava di «chaos» e «anarchia».

Lui ha detto che si tratta di una... «untidy situation»...: leggermente disordinata. Yeah!

 

Il Cairo, 12 aprile 2003

Certo, a guerra (pressoché) finita restano ancora tante domande.

Una su tutte: se Bush era così sicuro che Saddam avesse bunker e caserme imbottite di armi chimiche, perché ha bombardato con tanta disinvoltura, rischiando così chissà quale epidemia planetaria? E se l'occupazione era stata così minuziosamente organizzata, possibile che nessuno abbia pensato all'ordine pubblico all'indomani del disfacimento del regime?

Vedo le immagini dei saccheggi a tappeto e penso al Verga di Bronte, di quella  «Libertà» che gli americani si piccano di voler insegnare al mondo.

E penso che dopo i saccheggi arriveranno le fucilazioni, sempre che non decidano di farle fare a qualcun altro (il Berlusca è lì già seduto che chiede, col ditino alzato alla brunovespa).

Da noi si dice che chi ha avuto la bicicletta, poi se la deve pedalare. Quindi non ci resta che stare a vedere quel che riusciranno a fare adesso i nostri big jim, ora che la «minaccia» non c'è più.

Vedo anche quel che succede qua, nel mondo arabo, dove la gente è rimasta come ammutolita (forse è questo l'aggettivo esatto) di fronte alla rapida evaporazione del regime. Vista la resistenza di Bassora, città pur non particolarmente amica di Saddam, ci si aspettava da Bagdad almeno altrettanto. Il sonno di Bagdad è un'altra delle domande che restano aperte.

Ora pare che l'ultima sacca di resistenza sia attestata a Tikrit, che è però una piccola città di centomila abitanti, forse centomila e uno, se è vero che lì si è rifugiato Saddam. Ma le ultime notizie lo danno morto. Per la dodicesima volta.

Sempre vivo invece tra americani e popolo iracheno il sacro fuoco dell'amicizia: quel «fuoco amico» che anche ieri ha ucciso due bambini a un posto di blocco e un commerciante che tentava di difendere il negozio dai saccheggiatori. Va anche detto che tra questi ultimi ci son fior di delinquenti, visto che le autorità irachene hanno aperto le carceri prima di abbandonare le città, ma non così per i giornalisti forzitalici, che sostengono che in prigione non ci stavano i delinquenti, ma solo i
perseguitati politici (chissà, forse milioni di previti iracheni...).

Tra due settimane dovrei essere anch'io in Italia, dove potrò finalmente riannusare i nostri giornali. Internet mi dà un piacere solo parziale, che non coinvolge né tatto, né udito, né odorato. Un vero giornale deve puzzare d'inchiostro, come il pane deve odorar di farina.
 

New York, 25 aprile 2003

By the way, sai che qui il mazzo di carte «Iraqi regime» già fa affari d'oro? Venduto
vergognosamente a 14.99 dollari in ogni negozietto di souvenir.


Il Cairo, 25 aprile 2003

Sensazioni post-belliche.

Resta l'inammissibile strappo USA all'ONU. Se dovessi riassumere con un'immagine direi che se anche l'Iraq dovesse diventare domani, e grazie agli USA, un giardino ridente e fiorito, sarebbe come se Don Rodrigo - dopo aver stuprato Lucia - l'avesse poi sposata e fatta padrona del suo castello. Benessere, ricchezza e nozze riparatrici basterebbero da sole a cancellare il peccato originario?

Sensazioni arabe.

La testa più lucida in tutta questa vicenda si è rivelata... Gheddafi. Ha troncato nettamente con la Lega Araba e si è mantenuto equidistante da Iraq e USA, proponendosi come una sorta di Svizzera africana.

Oggi il mondo arabo appare diviso in due schieramenti netti: paesi che hanno
un proprio esercito (per quanto debole), come Egitto, Siria e Iran, e paesi che non lo hanno, come Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein...

Sono stati questi ultimi, resisi improvvisamente conto della loro debolezza dopo l'invasione del '91 in Kuwait, a chiamare gli USA sul loro territorio, illudendosi di potersi pagare il loro esercito come un qualsiasi altro bene o servizio: per i marmi, Carrara; per lo champagne, la Francia; per la sicurezza, gli USA.

Senza pensare che se gli USA hanno così prontamente accettato di accorrere in loro aiuto non è certamente stato per quei quattro soldi che il Kuwait ha comunque interamente pagato - e sull'unghia - ma per insediarsi stabilmente nella regione.

I paesi arabi con un proprio esercito oggi accusano di questo ruolo di «incubazione» i paesi disarmati del Golfo: senza la loro richiesta, gli USA non sarebbero mai entrati in Medio Oriente. Al ragionamento opposto che in tal caso l'Iraq si sarebbe mangiato uno dopo l'altro gli staterelli delle famiglie del petrolio, i paesi armati rispondono che sarebbe bastata la forza dei loro eserciti e il diritto della Lega Araba per lavare i panni sporchi dentro mura di casa.

Resta il fatto che anche avendone avuto il diritto e la forza, Lega e paesi arabi armati non hanno mostrato la necessaria prontezza.

Oggi Egitto, Siria e Iran sentono sul collo il fiato di USA e Israele, insieme con la pesante responsabilità di dover in qualche modo difendere l'identità della nazione araba e orgogliosamente rifiutare di buttarsi tra le braccia dell'invasore.

La legge dei numeri al momento è tutta contro di loro, ma nulla è ormai prevedibile e la situazione è estremamente fluida.

La palla torna al centro, e al centro ci sta Israele. Ma il ruolo di Israele sarà ancora lo stesso, e cioè quello del cane lasciato a guardia del cortile, ora che il cortile è
sotto gli occhi attenti del padrone che lo guarda col suo fucile?

Questi sono alcuni dei miei correnti pensieri. Ai quali aggiungo una domanda che purtroppo non potrà avere risposta: come avrebbe raccontato questi giorni un Montanelli? Dalla parte dell'America, certo, ma lui che si dichiarava «apòta», se le sarebbe bevute tutte le panzane USA?

E ancora una domanda «mediatica»: se anziché una guerra fosse stata una partita di calcio, avremmo tollerato di sentircela raccontare da radiocronisti così sfacciatamente di parte come quelli che hanno imperversato per un mese sui
teleschermi italiani?

A te, studiosa di comunicazione, l'ardua risposta (...che mi darai a voce spero tra qualche giorno in Italia).


 


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