|
Un
milione di posti di lavoro 02
AGOSTO 1996
|
| Ne ho
contati ventotto. Socialmente utili. Sono arrivati d'improvviso una mattina
arroventata di maggio, hanno circondato l'aiuola di sterpaglie sotto la mia
finestra, hanno srotolato metri e metri di recinzione nuova fiammante, hanno
montato un gabbiotto metallico anch'esso nuovo di zecca, hanno
ammonticchiato in un angolo zappe e badili ancora lucenti di negozio, hanno
indossato la tutina blu sulla maglietta bianca, fresca di stireria, si son
guardati in faccia per un po', quindi hanno cominciato a lavorare. Una piccola ruspa ha estirpato le erbacce, dando spettacolo agli altri ventisette, assiepati sotto l'ombra di un minuscolo olivastro ad osservare divertiti il lavoro della macchina. Spianato il terreno, è toccato a loro. Mani lisce da studente hanno afferrato il manico della zappa, tremebonde ed incerte: manco fosse stato un serpente velenoso. E gli altri ad osservare, attenti a imparare l'arte. Poi, a turno, ognuno di essi sgusciava con la zappa dall'ombra dell'alberello e dava qualche timido colpo al terreno. Alla prima goccia di sudore tornava a riparare sotto l'ulivo, sostituito da un altro che picchiettava il suolo con lo stesso riguardo che usa il medico per la schiena del paziente. Dopo quaranta giorni l'aiuola era ancora nelle stesse condizioni in cui sarebbe stata dopo quattro ore di lavoro di quelle che nel suo giardino faceva il mio nonno, quand'era giovane. La terra era stata appena smossa. Alcuni vialetti apparivano sommariamente tracciati. In compenso i ventotto avevano fatto grande amicizia, e ogni giorno, all'ora dei pasti, apparecchiavano tavolate sempre più grandi e meglio imbandite, animate da allegre discussioni e una volta - forse era il compleanno di qualcuno - anche da cori e altri canti. Le tutine avevano perso la piega, ma erano ancora come nuove. Alla fine di luglio, a rompere la noia, era arrivato un camion betoniera con il cemento da stendere sui vialetti. L'ingegnere aveva dato disposizioni agli uomini sulla betoniera, mentre i ventotto si guardavano preoccupati tra loro, con aria interrogativa. Falso allarme! Il cemento venne colato dagli operai della betoniera. Ai ventotto venne lasciato il compito, più socialmente utile, di bagnare il cemento appena steso allisciandolo e carezzandolo col dorso del badile. Cosa che li impegnò, a turno, per diversi giorni. Intanto il cantiere, meglio noto come «la fabbrica dell'aiuola», aveva offerto mille occasioni di svago a massaie e pensionati, che sostavano divertiti lungo la recinzione per seguire da vicino la strenua lotta tra la natura e l'uomo. I ventotto erano ormai popolarissimi in tutto il quartiere (qualcuno s'era anche fidanzato) e la loro partenza sarebbe certo stata considerata da tutti come una grave perdita. Ma non c'era davvero di che preoccuparsi. Settembre è ormai inoltrato e i ventotto sono ancora qui, sotto la finestra di casa mia. L'aiuola è una macchia di terra bruna attraversata da un vialetto di cemento. C'è ancora molto da fare: ci sono ancora gli alberi da piantare e c'è da innaffiarli tutti i giorni. E poi c'è da sorvegliarli. E aspettare pian piano che crescano. Lentamente. Fino a un milione di posti di lavoro.
|
|
| Home Page | Fine della lettura | |