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A
sedici anni avevamo letto tutto, sul fascismo. Non l'avevamo vissuto, ma
credevamo di averlo studiato e capito, tra mostre, manifestazioni,
rievocazioni e libri. E tuttavia, quando per la prima volta assistemmo alla
proiezione di qualche vecchio documentario dell'Istituto Luce, quando
vedemmo per la prima volta Lui - pantaloni alla zuava, mani sui fianchi e
mascella verso il cielo - arringare la folla con piglio da venditore
Aiazzone, tra mosse e mossette che avrebbero scatenato le risa più
scompisciate nel mezzo di una messa da morto, la domanda che istintivamente
ci facemmo fu solo una: «Ma erano davvero così rincoglioniti, i nostri papà,
da farsi imbambolare per vent'anni da questo pagliaccio con la ciccia?». Ci
pareva impossibile che tanta inettitudine e idiozia, così scandalosamente
evidenti, potessero aver conquistato il cuore e la mente di quaranta milioni
di italiani.
Questo ricordo ci si stampa oggi nella mente, un quarto d'ora prima che
Umberto Bossi colga dalle foci del Po quel quartino (una volta tanto
d'acqua) che dovrebbe segnare la nascita della grande Padania. Eppure, per
quanto possano razionalmente apparirci ridicoli tanto l'atto quanto il
proposito, il nostro animo è diviso tra sentimenti di istintiva solidarietà
e simpatia per il novello Don Quijot, e autentica preoccupazione per le
conseguenze che da quel gesto, indubbiamente forte ed eversivo, potrebbero
scaturire. In ogni caso, a differenza di quanto probabilmente faranno i
nostri nipoti riguardandone un giorno i filmati, di Umberto Bossi non
riusciamo più in alcun modo a riderne. E questo nonostante il personaggio si
adoperi per darcene ogni giorno nuovi e sempre più giustificati motivi.
Chi, nella destra, pensava di comprarsi il Bossi a suon di cene, ville e
sacchi di quattrini, si è beccato a suo tempo le sue brave legnate (sarà
questa l'origine delle nostre simpatie?); ma anche chi, a sinistra, pensava
di seppellire il Bossi con una risata, oggi ha le rughe in viso. Più
pensieroso che ilare, paga lo scotto della mancata analisi politica,
dell'incapacità di comprendere politicamente il Bossi, e ciò che il Bossi
rappresenta nell'attuale quadro nazionale e internazionale.
Ma chi è dopotutto Umberto Bossi? Dire che
Bossi è un ex cantante e uno studente fallito, avventuriero od avventore
(d'osteria) è ben magra consolazione. Come dire che Cristo, dopo tutto, non
era che un ex apprendista falegname, Hitler un imbianchino, Prodi un
secchione e D'Alema un topo di sezione. La Storia non chiede mai la laurea,
e neppure il voto di diploma. Umberto Bossi ha rilevanza politica non per
ciò che fisicamente rappresenta, ma per quel che politicamente rappresenta.
E cosa rappresenta politicamente il Bossi? Rappresenta un numero non
maggioritario, ma certamente significativo, di esponenti dei ceti produttivi
(piccoli imprenditori, artigiani ed operai) il cui livello di vita è oggi
messo in forse da una riduzione dei salari e dei profitti reali, i cui
benefici vanno a vantaggio delle rendite finanziarie e dei ceti più
disagiati delle regioni meridionali.
Ma l'impoverimento dei ceti produttivi è solo il riflesso di un analogo
processo in atto su scala mondiale, dove la linea di frattura economica non
corre più lungo la direttrice Est-Ovest, ma segue ormai la direzione
Nord-Sud. L'industria dei paesi emergenti, in Asia e in Sud America, produce
merci di buona qualità a costi notevolmente inferiori, per via dei bassi
salari ma anche a causa dei minori costi assistenziali ed ambientali. Il
mondo occidentale reagisce in tanti modi: tenendo per sé l'area della
ricerca scientifica avanzata, che produce licenze e brevetti (è la politica
USA), o alcune produzioni di nicchia ad elevatissima qualità ed alto valore
aggiunto (è la strada seguita dall'industria tedesca). In questo modo
l'occidente vede quote sempre più ingenti di risorse spostarsi verso i paesi
emergenti.
Questo processo, mentre impoverisce l'industria e i suoi addetti, è tuttavia
ben visto dai governi centrali, poiché consente ai paesi del terzo mondo di
emanciparsi economicamente, diventando nuovo mercato (così si spera della
nuova Cina) e socialmente (con conseguente riduzione o cessazione dei
conflitti in atto). Chi continua a fare affari, a spese del mondo
produttivo, è il capitalismo finanziario, per il quale è indifferente
operare in Europa, in Sud America o in Asia, e tanto più lo è nell'era delle
comunicazioni satellitari e della Borsa telematica.
Anche in Italia la linea di frattura divide, oggi più che ieri, il Nord dal
Sud. I ceti produttivi del nord Italia sono schiacciati da un'imposizione
fiscale iniqua, il cui unico frutto è quello di garantire il regolare
pagamento degli interessi ai pochi detentori del milione e duecentomila
miliardi di buoni del tesoro in circolazione, tra i quali è lecito
sospettare che figurino non pochi politici della vecchia nomenklatura
partitocratica.
Ciò nonostante il reddito prodotto dal Nord è ancora così alto da consentire
una qualità della vita indicibilmente superiore, rispetto al Sud, con città
più vivibili e ordinate e servizi di qualità quasi europea. Ma l'artigiano
del Nord che fattura i suoi mille milioni l'anno e ne paga ottocento di
tasse, quando gli vien detto che quelle tasse servono ad aiutare il Sud, e
quando poi va in vacanza in Puglia o in Sardegna o in Calabria e vede che
mancano le strade e i marciapiedi, che le case son poco più che baracche e i
treni arrancano su linee vecchie di un secolo, quell'artigiano si incazza.
Poi si guarda intorno, e vede altri ritmi di vita e di lavoro: i ceti
abbienti che fanno sera in barberia, i braccianti seduti sotto il sole sui
muretti e nelle piazze, i giovani stravaccati nei bar. E pensa che c'è
qualcosa che non va. Certo, lo pensava anche prima, ma poteva pagare. Oggi
non può: quindi non vuole. E brucia il libretto RAI, articolo che peraltro
pochissimi meridionali detengono. E vota Umberto Bossi.
Bossi allora non è altro che la testa di legno di un pugno di piccoli
baùscia nordisti ed egoisti? No. Sarebbe ingiusto pensarlo: il personaggio è
indubbiamente più complesso. Se così fosse, egoista a capo di egoisti, il
Bossi avrebbe a suo tempo accettato le innumerevoli profferte del Berlusca,
e oggi sarebbe innazitutto ricco, e secondariamente al governo, e i suoi
elettori pian piano ricondotti alla normalità delle cose. Ma il Bossi ha
risposto a suon di canottiere ai pigiamini di seta dell'Uomo di Plastica, e
ha diviso la mortadella con Buttiglione e D'Alema. E ha fatto scoppiare il
pallone Berlusconi. E questo ce lo ha fatto sembrare grande.
Bossi, nel senso più puro del termine, è un
rivoluzionario. Un rivoluzionario autentico. E in quanto tale ci appare
istintivamente simpatico. Ma attenzione: la rivoluzione bossiana cammina in
senso progressista o reazionario. Può far progredire la nostra società o
piuttosto farla regredire?
All'origine del fenomeno Bossi c'è certamente un moto di reazione: reazione
inizialmente contro una classe politica, quella di Tangentopoli, che i ceti
produttivi del Nord non erano più in grado di finanziare. Ma anche reazione
contro il processo storico in atto, che sposta risorse dalle aree ricche
alle aree povere del pianeta, e che tuttavia nel lungo periodo non può non
portare a un mondo migliore, con la fuoriuscita dalla miseria della parte
maggioritaria dell'umanità. Il processo opposto, ossia la cristallizzazione
delle posizioni di privilegio esistenti, non può che condurre a un nuovo
medioevo, con pochi ricchi armati e asserragliati dentro cittadelle
fortificate, e intorno il mare dei pezzenti a servirli. E non è un caso che
proprio dal medioevo la Lega tragga il proprio universo simbolico: i
Crociati lombardi contro il Barbarossa; il Po come il Reno, fiume vivente e
culla di civiltà; i falsi miti della religione e della razza; l'intolleranza
come stile di vita.
Bossi può realmente farci progredire? Uno scenario non ancora immaginato è
quello di una Padania vincente che, conquistata l'indipendenza, in pochi
anni consolida la sua ricchezza e il suo potere. Desiderosa di espandersi,
volge le sue mire espansionistiche non verso la Francia, potente, o contro
la Svizzera, imprendibile, ma verso quel che resta dell'Italia. Con poca
fatica le regioni italiane vengono conquistate ed annesse una dopo l'altra.
In pochi mesi la Padania assume il ben noto profilo dello stivale. Pochi
anni ancora e, per motivi logistici, la capitale viene spostata da Mantova a
Roma. Tanto rumore per nulla.
A dispetto di Bossi, la Storia cammina a grandi passi verso l'unificazione.
Non solo le due Germanie, ma l'Europa è ormai prossima a quell'unità che
cinquant'anni di dopoguerra avevano sinora impedito. Le leggi della fisica
ci dicono che questo fatto finirà certamente per suscitare reazioni opposte,
di forte affermazione delle individualità messe in pericolo, ma il mondo
appartiene e apparterrà alle nazioni unite, non a quelle divise.
Bossi va allora contro la Storia? Sì. Bossi va contro la Storia. E questo lo
rende pericoloso. Perché se è vero che gli uomini non possono invertire il
corso degli eventi, con le loro azioni possono comunque rallentarlo. E
talvolta può nascere in loro la tentazione, illusoria, di piegarlo con
l'arbitrio e con la forza ai propri voleri. È da questo genere di tentazioni
che nascono le uscite più infelici di Bossi: le minaccie squadristiche alla
Pivetti, le epurazioni dai professori meridionali. Ed è da queste tentazioni
che a suo tempo, quasi senza volerlo, è nato il fascismo.
Il fascismo, in Italia, non è nato con un progetto preciso. Nessuno ne aveva
scritto a tavolino la storia. Il fascismo è stato il prodotto quasi casuale
della volontà di un uomo di scarse doti personali, ma che incarnava
interessi economici reali, di un re debole e vigliacco, di forze politiche
prive di forza e di idee, incapaci in qualche modo di opporsi.
Oggi dobbiamo rallegrarci del fatto che manchi alla Lega un più vasto
retroterra di motivazioni economiche, perché le altre condizioni ci pare
sussistano tutte. Ma che vinca o che perda, deve essere chiaro a tutti come
la Lega stia pian piano acquisendo tutte le connotazioni tipiche di un
movimento rivoluzionario fascista, nazionalismo compreso.
La Lega, però, ha sconfitto il Berlusca! Esclama qualcuno. Dio gliene renda
merito, ma i nemici dei miei nemici non debbono necessariamente essere miei
amici. Son contento se il leone azzanna la tigre che mi minaccia, ma non per
questo progetto di coricarmici insieme. Anche il giovane Mussolini, ai suoi
tempi, si dichiarò sempre un fervente "antiborghese": anche lui era contro
la "plutocrazia".
Le gesta del Bossi talvolta finiscono con l'entusiasmarci. Bossi dispone di
una grande virtù: il coraggio: ne ha tanto da sconfinare talvolta
nell'incoscienza. Il coraggio, nell'attuale scena politica, Bossi è l'unico
ad avercelo. E la generale codardia di chi dovrebbe avversarlo, non fa che
accrescerne lo splendore.
Ma dobbiamo avere anche noi il coraggio di guardare oltre la maschera. Di
guardare non là dove ci mostra il cuore, ma dove ci porta il cervello. Di
comprendere e valutare se e quanto il Bossi può essere utile o dannoso ai
nostri generali e particolari interessi. Se abbiamo da guadagnare o da
perdere da un'Italia costruita sul modello che Bossi propone.
Noi pensiamo che sia arrivato il momento delle scelte. Che non si possa più
sorridere compiaciuti al Bossi che ostenta la canottiera in faccia al ricco
epulone, per poi indignarsi quando invita a cacciare gli insegnanti
meridionali. Sperare di potercene servire quando ci fa comodo e scaricarlo
quando non dovesse servirci più. Quella fu anche la grande illusione della
borghesia italiana, quando pensò di poter manovrare Mussolini a proprio
piacimento.
Certo, Bossi in canottiera ci piace: è popolano e popolare, ma anche
Mussolini sicuramente lo era. Bossi, pensano altri, non fa che del folklore.
Ma cos'altro erano, se non folklore, le prime marcette fasciste in costumino
e fez?
Oggi ci pare necessario schierarsi. Al coraggio di Bossi è necessario
opporre il coraggio della verità. Ai problemi di quegli uomini che Bossi
rappresenta è necessario dare delle soluzioni, o quanto meno delle risposte.
E qui si giunge al nocciolo del problema, che
è poi quello dell'incapacità di iniziativa politica che sembra
caratterizzare l'operato della nostra maggioranza di governo.
Il Bossi fa delle proposte politiche. Possono piacere o non piacere, però
egli denuncia dei problemi reali e propone delle soluzioni. La maggioranza
risponde negando o minimizzando i problemi, oppure offrendo, e non sempre,
soluzioni di bassissimo profilo.
Esempio. Dice Bossi che l'ICI la si paga solo al Nord: il Sud evade. I dati
sono correttamente documentati, quindi il problema è reale. Il governo non
risponde, nicchia, e lascia capire che sì, è così, ma siamo Italiani e
dobbiamo volerci bene, quindi volemose'bbene e chi ha avuto ha avuto ha
avuto e chi ha dato ha dato ha dato... Lascia capire che al Sud c'è miseria
e che quindi si chiude un occhio, e si lascia costruire abusivamente (si
chiama "edilizia spontanea"), commerciare abusivamente (si chiama "il
sommerso"), taglieggiare l'economia (si chiamano "costi ambientali").
Basterebbe un segnale, un piccolo segno della volontà di cambiare, un
cinquantamila di multa agli scippatori che fuggono in due sul motorino...
un'imbiancata a qualche edificio pubblico...
Se le leggi dello Stato sono diverse al Nord e al Sud - pensa il leghista -
allora anche Nord e Sud sono diversi. Se le leggi sono uguali, Nord e Sud
diventano uguali. Bossi fa la sua proposta: se Nord e Sud sono due realtà
differenti, che si abbia il coraggio di metterlo per iscritto, di sancirlo
per legge. Nessuno fiata, o meglio: tutti strillano, a sproposito,
indignandosi per l'unità minacciata ma scaricando badili di sabbia a coprire
l'urgenza del problema.
Che preoccupazioni volete che diano, questi quattro ladruncoli in pantofole
a uno come Bossi, che non ha niente da perdere se non le catene della
propria nullità e ignoranza? Bossi va per la sua strada, e questi lo
seguono, a distanza, lanciandogli urli, improperi e qualche pietrolina che
non centra mai il bersaglio. Ogni tanto Bossi si volta per abbaiargli
contro, e questi si ritraggono come impauriti, belando. Bossi dice:
secessione, e questi propongono la vaselina del federalismo, che è allo
stesso tempo un modo di piegarsi ai voleri del Bossi e il goffo tentativo di
spacciare quell'inchino per una scelta volontaria ed autonoma.
I nostri politicanti si consolano forti del fatto che il Bossi è un fenomeno
locale, che non sfonderà mai al Sud. Questo potrà anche esser vero (e
tuttavia sul Po saranno presenti i segretari dei due partiti indipendentisti
sardi), ma non serve a diminuire il pericolo, anzi lo rende più infido,
perché ogni mossa anti-Bossi contribuisce ad approfondire il solco tra Nord
e Sud, facendo il gioco della Lega.
Di fronte a una classe politica imbelle, che ha come sola speranza quella
che il Bossi prima o poi sbagli e si impicchi da solo, la tentazione di
vestirci anche noi di verde è forte, e riusciamo a capire il motivo per cui
tra le camicie verdi allignino tanti transfughi dell'Autonomia Operaia e
tanti reduci di certa sinistra milanese. Anche il fascismo riuscì in un
primo momento a far breccia tra numerosi intellettuali, democratici ed
artisti, desiderosi di rappresentanza politica e stomacati dal caos che si
era creato in Italia negli anni del primo dopoguerra. Uomini anche di valore
abbracciarono l'idea fascista: turandosi il naso, certo, ma pensando che
qualsiasi cosa sarebbe pur sempre stata meglio dell'informe brodaglia
partitica che pian piano andava succhiandosi la nazione.
Oggi il pericolo è assai simile: c'è chi è tentato di indossare lo spadone
di Giussano giusto per ripicca, o per dispetto, o per l'incapacità di
condurre altrimenti la propria battaglia politica, o per la pusillanimità e
la pigrizia che gli consigliano di demandare questa battaglia ad altri,
dotati come la Lega di maggior coraggio, nell'illusione che questi la
combattano per noi e non per il proprio legittimo tornaconto.
La sinistra deve prima di ogni altra cosa interrogarsi e ridefinirsi
politicamente ("posizionarsi", direbbe l'uomo di marketing), per poi aver
chiaro chi è che sta alla sua destra e chi alla sua sinistra, quali siano i
nemici da combattere, quali gli amici con cui allearsi.
Noi, che la nostra posizione l'abbiamo ben chiara, cessiamo da oggi di
guardare alla Lega con la simpatia che tutti noi istintivamente siamo soliti
rivolgere ai neonati. I neonati son tutti simpatici. Ma poi crescono e
diventano uomini, e quello è il momento di giudicarli.
Nella Lega di oggi, noi vediamo crescere il nemico. Un nemico che marcia
contro la Storia: incapace di vincerla, ma in grado di impedirne per qualche
tempo il cammino, ritardando così nel nostro paese quello sviluppo in senso
europeo che solo ci può garantire libertà e indipendenza, svincolandoci a un
tempo stesso dal giogo sempre più pesante delle macroeconomie mondiali e
dalle baruffe di condominio che agitano le piccole menti e le piccole
giornate dei nostri piccolissimi governanti.
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