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Ricominciamo da Berlusconi.
Che è come dire ricominciamo da zero.
Se c’è un peccato originale delle sinistra, se c’è una porcissima eva
colpevole di aver addentato il frutto bicamerale che costò la cacciata
dall’eden di palazzochigi, questa non ha certo le rosee fattezze della prima
donna creata, ma piuttosto il trinariciuto aspetto del ben calzato (e poi
scalzato) D’Alema.
«Finché all’opposizione c’è uno come Berlusconi – pensava l’incauto
gallipolense – pur di non mandarlo al governo gli italiani voteranno sempre
per noi». E non si accorgeva che il suo ragionamento era speculare a quello
del puffo di Arcore: «Finché dall’altra parte ci stanno i “comunisti”
(nell’allargata accezione che include tutto ciò che sta tra Casarini e
Gianni Agnelli, passando per Biagi e Montanelli), pur di non mandarli al
governo gli italiani voteranno sempre per me».
«Berlusconi è un bravo imprenditore ma un pessimo politico – pensava il
velaiolo – ergo mi invento la bicamerale e lo trascino sul terreno a lui
poco congeniale della politica, e lì potrò farne facilmente strame».
«D’Alema è un pollo che veramente pensa che a me qualcosa possa fottemene
della sua e dell’altrui politica – filosofeggiava il cavalcatacchi di Arcore
– faccio finta di abboccare e intanto mi salvo il culo e mantengo le
concessioni televisive. Appena vedo che il pollastro cerca di fottermi
infrango il suo sogno d’amore (lo mando a fare in culo) e lo rimetto al
posto che gli compete senza troppi complimenti».
Intorno a queste due grandiose costruzioni ideologiche avrebbe dovuto
ruotare l’astro nascente di quella bicamerale che avrebbe a sua volta
generato la Nuova Costituzione e quindi la Seconda Repubblica!
Con il senno di poi (di cui abbonda il nostro sito!) è facile osservare come
sia stato infine il pensiero del Berlusca a prevalere. E questo perché il
suo ragionamento si appoggiava su una premessa vera («D’Alema è un pollo»),
laddove il pensiero del bencalzato scalzato si basava invece su una premessa
falsa («Berlusconi è un bravo imprenditore ma un pessimo politico»).
Andiamola dunque ad analizzare, questa falsa premessa. Così che si sgombri
finalmente il campo dalle errate analisi e si possa cominciare a ricostruire
da zero quell’opposizione che oggi latita tra inconsistenza ed impotenza.
Berlusconi è dunque un bravo imprenditore?
Se usiamo il suo metro di misura, che è quello del «fare» e non del pensare,
e giudichiamo l’uomo da quel che ha fatto, il giudizio sul berlusca
imprenditore non può che essere negativo.
Quando ha provato a fare il cantante, non ha combinato nulla di buono. A
ventun anni Paul McCartney aveva già scritto Yesterday e venduto decine di
milioni di dischi. E il similsinatra dei poveri? Troppo preso a fare
l’occhio morto alle stagionate signore che lo applaudivano dai tavoli delle
navi.
Quando ha provato a fare case, ha fatto forse il Partenone o la cupola di
San Pietro? Macché: ha fatto milanodue e milanotre. Il più bel posto al
mondo per andarci a vivere, dice lui. Ma ancora ci chiediamo come mai non
abbia lasciato la vecchia casa scrostata che occupa ad Arcore per
trasferirsi nel ridente quartiere di periferia di cui va tanto orgoglioso!
Quando ha provato a fare televisioni, mica ha fatto la BBC! Ha fatto
canalecinque: una rivendita di programmi usati, comprati in America e poi
maltradotti e ritrasmessi in italiano. Pappa buona per i lumbard e chi non
ha studiato. Appena ha provato a mettere il naso fuori dall’Italia: in
Francia, in Spagna, in Germania, ha preso solo schiaffi. A Madrid lo stanno
ancora cercando per farsi restituire i soldi.
Quando ha provato a fare giornali, mica ha fatto il Times o Le Monde!
Macché: ha fatto TV Sorrisi e Canzoni, giusto per dare una laurea a quei
telespettatori che con canalecinque si erano soltanto diplomati!
Quando ha provato a fare libri, è riuscito a degradare a livello di
supermercato persino Mondadori ed Einaudi, ridotti a stampare nelle
tipografie dell’est con traduzioni e impaginazioni a dir poco sommarie. Per
non parlare del Libro dei Libri, la biografia del Nostro narrata ai posteri
e ai postini, che han poi dovuto recapitarla in venti milioni di case.
Quando ha provato a fare un partito, mica ha fatto il PCI di Gramsci. Ha
fatto Forza Italia: un nome che è già una barzelletta, se poi non ci fossero
– a far scompisciare ancora di più – l’inno e la bandiera! Un secchione di
plastica dove dentro c’è finito di tutto, dai ladri del piesseì ai reduci
democristiani, dagli imputati in fuga ai trombati in cerca di riciclaggio.
Se giudichiamo l’ometto bluviagra da quel che ha fatto, insomma, e non da
quel che dice, le sue imprese destinate ad essere ignorate dai buoni libri
di letteratura o di architettura, hanno ben poco di epico. Perché, allora,
l’ometto in doppiopetto ha vinto e continua a vincere?
La risposta, purtroppo per D’Alema, sta nel fatto che Berlusconi, ancorché
pessimo imprenditore, non è in realtà quel pessimo politico che il
gallipolense pensava, quando s’illudeva di averlo in pugno. Il capobassotto
di Arcore, prima ancora che un impresario fallimentare, è in realtà un
ottimo presidente.
Intendiamoci: non un ottimo presidente del Consiglio: un ottimo presidente
tout court. Se è vero che il «prodotto» di un bravo presidente, sia
esso a capo di un governo, di un condominio o di un consiglio
d’amministrazione, è l’unanimità, o – quantomeno – la più larga possibile
delle convergenze, da questo punto di vista bisogna riconoscere che il
bugiàrdolo di Arcore è riuscito in un’impresa sulla carta disperata, quale
quella di metter d’accordo due forze in realtà antitetiche come leghisti e
finiani, laddove a sinistra non si è riusciti a metter nello stesso cesto
partiti certamente tra loro più affini quali rifondazione e diesse.
Che dire? Prodi vinse a suo tempo perché seppe coagulare in un’unica forza
comunisti e democristiani in funzione antiberlusconiana. E per questi meriti
è stato chiamato in Europa: con la speranza che l’uomo che ha saputo mettere
accordo tra doncamilli e pepponi sappia allo stesso modo far quietamente
convivere greci e scandinavi, inglesi e portoghesi. Oggi che il buon Prodi è
stato suicidato da D’Alema nell’abbraccio fraterno ispiratogli da Caino e
Abele, esiste oggi nel centrosinistra un papabile presidente che abbia le
stesse capacità omogeneizzanti del calzatacchi brianzolo?
La risposta è ardua. Poco possiamo aspettarci – a parer nostro – dal
giulivista Rutelli, dimostratosi in grado di produrre massime fratture
laddove è invece necessaria la massima unità. E poco dal pur validissimo
Fassino, che della battaglia unitaria è il freddo Cavour, piuttosto che il
popolare e idolatrato Garibaldi. E poco dal pur vincente Cofferati, che in
materia di unità rischia di perdere persino quella con i confratelli
uillino-cislini... Ricominciamo da questi tre? O hai visto mai che veramente
si debba ricominciare da zero?
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