KasuMarzu

Ricomicio da zero
di Pantagruel  

 13 APRILE 2002
 


KasuMarzu nuova serie



Ricominciamo da Berlusconi. Che è come dire ricominciamo da zero.
Se c’è un peccato originale delle sinistra, se c’è una porcissima eva colpevole di aver addentato il frutto bicamerale che costò la cacciata dall’eden di palazzochigi, questa non ha certo le rosee fattezze della prima donna creata, ma piuttosto il trinariciuto aspetto del ben calzato (e poi scalzato) D’Alema.
«Finché all’opposizione c’è uno come Berlusconi – pensava l’incauto gallipolense – pur di non mandarlo al governo gli italiani voteranno sempre per noi». E non si accorgeva che il suo ragionamento era speculare a quello del puffo di Arcore: «Finché dall’altra parte ci stanno i “comunisti” (nell’allargata accezione che include tutto ciò che sta tra Casarini e Gianni Agnelli, passando per Biagi e Montanelli), pur di non mandarli al governo gli italiani voteranno sempre per me».
«Berlusconi è un bravo imprenditore ma un pessimo politico – pensava il velaiolo – ergo mi invento la bicamerale e lo trascino sul terreno a lui poco congeniale della politica, e lì potrò farne facilmente strame».
«D’Alema è un pollo che veramente pensa che a me qualcosa possa fottemene della sua e dell’altrui politica – filosofeggiava il cavalcatacchi di Arcore – faccio finta di abboccare e intanto mi salvo il culo e mantengo le concessioni televisive. Appena vedo che il pollastro cerca di fottermi infrango il suo sogno d’amore (lo mando a fare in culo) e lo rimetto al posto che gli compete senza troppi complimenti».
Intorno a queste due grandiose costruzioni ideologiche avrebbe dovuto ruotare l’astro nascente di quella bicamerale che avrebbe a sua volta generato la Nuova Costituzione e quindi la Seconda Repubblica!
Con il senno di poi (di cui abbonda il nostro sito!) è facile osservare come sia stato infine il pensiero del Berlusca a prevalere. E questo perché il suo ragionamento si appoggiava su una premessa vera («D’Alema è un pollo»), laddove il pensiero del bencalzato scalzato si basava invece su una premessa falsa («Berlusconi è un bravo imprenditore ma un pessimo politico»).
Andiamola dunque ad analizzare, questa falsa premessa. Così che si sgombri finalmente il campo dalle errate analisi e si possa cominciare a ricostruire da zero quell’opposizione che oggi latita tra inconsistenza ed impotenza.
Berlusconi è dunque un bravo imprenditore?
Se usiamo il suo metro di misura, che è quello del «fare» e non del pensare, e giudichiamo l’uomo da quel che ha fatto, il giudizio sul berlusca imprenditore non può che essere negativo.
Quando ha provato a fare il cantante, non ha combinato nulla di buono. A ventun anni Paul McCartney aveva già scritto Yesterday e venduto decine di milioni di dischi. E il similsinatra dei poveri? Troppo preso a fare l’occhio morto alle stagionate signore che lo applaudivano dai tavoli delle navi.
Quando ha provato a fare case, ha fatto forse il Partenone o la cupola di San Pietro? Macché: ha fatto milanodue e milanotre. Il più bel posto al mondo per andarci a vivere, dice lui. Ma ancora ci chiediamo come mai non abbia lasciato la vecchia casa scrostata che occupa ad Arcore per trasferirsi nel ridente quartiere di periferia di cui va tanto orgoglioso!
Quando ha provato a fare televisioni, mica ha fatto la BBC! Ha fatto canalecinque: una rivendita di programmi usati, comprati in America e poi maltradotti e ritrasmessi in italiano. Pappa buona per i lumbard e chi non ha studiato. Appena ha provato a mettere il naso fuori dall’Italia: in Francia, in Spagna, in Germania, ha preso solo schiaffi. A Madrid lo stanno ancora cercando per farsi restituire i soldi.
Quando ha provato a fare giornali, mica ha fatto il Times o Le Monde! Macché: ha fatto TV Sorrisi e Canzoni, giusto per dare una laurea a quei telespettatori che con canalecinque si erano soltanto diplomati!
Quando ha provato a fare libri, è riuscito a degradare a livello di supermercato persino Mondadori ed Einaudi, ridotti a stampare nelle tipografie dell’est con traduzioni e impaginazioni a dir poco sommarie. Per non parlare del Libro dei Libri, la biografia del Nostro narrata ai posteri e ai postini, che han poi dovuto recapitarla in venti milioni di case.
Quando ha provato a fare un partito, mica ha fatto il PCI di Gramsci. Ha fatto Forza Italia: un nome che è già una barzelletta, se poi non ci fossero – a far scompisciare ancora di più – l’inno e la bandiera! Un secchione di plastica dove dentro c’è finito di tutto, dai ladri del piesseì ai reduci democristiani, dagli imputati in fuga ai trombati in cerca di riciclaggio.
Se giudichiamo l’ometto bluviagra da quel che ha fatto, insomma, e non da quel che dice, le sue imprese destinate ad essere ignorate dai buoni libri di letteratura o di architettura, hanno ben poco di epico. Perché, allora, l’ometto in doppiopetto ha vinto e continua a vincere? 
La risposta, purtroppo per D’Alema, sta nel fatto che Berlusconi, ancorché pessimo imprenditore, non è in realtà quel pessimo politico che il gallipolense pensava, quando s’illudeva di averlo in pugno. Il capobassotto di Arcore, prima ancora che un impresario fallimentare, è in realtà un ottimo presidente.
Intendiamoci: non un ottimo presidente del Consiglio: un ottimo presidente tout court. Se è vero che il «prodotto» di un bravo presidente, sia esso a capo di un governo, di un condominio o di un consiglio d’amministrazione, è l’unanimità, o – quantomeno – la più larga possibile delle convergenze, da questo punto di vista bisogna riconoscere che il bugiàrdolo di Arcore è riuscito in un’impresa sulla carta disperata, quale quella di metter d’accordo due forze in realtà antitetiche come leghisti e finiani, laddove a sinistra non si è riusciti a metter nello stesso cesto partiti certamente tra loro più affini quali rifondazione e diesse.
Che dire? Prodi vinse a suo tempo perché seppe coagulare in un’unica forza comunisti e democristiani in funzione antiberlusconiana. E per questi meriti è stato chiamato in Europa: con la speranza che l’uomo che ha saputo mettere accordo tra doncamilli e pepponi sappia allo stesso modo far quietamente convivere greci e scandinavi, inglesi e portoghesi. Oggi che il buon Prodi è stato suicidato da D’Alema nell’abbraccio fraterno ispiratogli da Caino e Abele, esiste oggi nel centrosinistra un papabile presidente che abbia le stesse capacità omogeneizzanti del calzatacchi brianzolo?
La risposta è ardua. Poco possiamo aspettarci – a parer nostro – dal giulivista Rutelli, dimostratosi in grado di produrre massime fratture laddove è invece necessaria la massima unità. E poco dal pur validissimo Fassino, che della battaglia unitaria è il freddo Cavour, piuttosto che il popolare e idolatrato Garibaldi. E poco dal pur vincente Cofferati, che in materia di unità rischia di perdere persino quella con i confratelli uillino-cislini... Ricominciamo da questi tre? O hai visto mai che veramente si debba ricominciare da zero?

 

| Home Page | Fine della lettura |