KasuMarzu

Sardegna '96: l'estate dei briganti
di Carpalim

 19 AGOSTO 1996
 


da KasuMarzu prima serie



In Sardegna, d'estate, ci si viene per il mare. Anche se, a stretto rigor di logica, dove il mare comincia, è proprio lì che la Sardegna finisce.
Per quel mare, sardo o tirrenico che dir si voglia, in molti son disposti a sopportare le peggiori soperchierie, dai traghetti-bestiame con i bar che chiudono alle undici e i numeri sulle poltrone pasticciati a pennarello, fino all'albergatore che ruba gli asciugamani ai clienti. C'è chi rischia di finire arrosto tra gli incendi appiccati dai forestali, che dovrebbero spegnerli, o affogato sotto i lanci d'acqua dei Canadair, che per prevenirli innaffiano le processioni a mare.
E lasciamo stare il pericolo dei rapimenti, perché non tutti sono autentici. C'è gente che torna a casa convinta d'esser stata rapita, senza accorgersi che quella che credeva un'umida grotta era la stanzetta dell'albergo, e quel che pensava fosse il riscatto altro non era che il conto.
Così funzionano le cose in Sardegna. Sono i vantaggi delle isole: prendere o lasciare, tanto non puoi fuggire. "O me la dai o scendi", diceva negli anni Cinquanta il vespista sull'Aurelia all'occasionale amichetta imbarcata trenta chilometri prima.
Ma a questi e ad altri più o meno conosciuti ladrocini, quest'estate si è aggiunta una piacevole novità: il mare a pagamento. Funziona così. Alcuni sindaci, dopo essersi arrostiti il cervello al sole delle spiagge sarde, avendo visto uscire del fumo e avendolo scambiato per delle idee, hanno perspicacemente intuito che al turista interessa il mare, e che tra il turista e il mare c'è la Sardegna, e che detto turista, per raggiungere detto mare, è forzatamente obbligato ad attraversare il territorio di cui essi son stati a loro tempo infeudati. Perché dunque non realizzare qualche utile infrastruttura turistica, ad esempio una sbarra di tubo metallico dipinta a strisce bianche e rosse che chiuda l'accesso al mare e si sollevi solo dietro il pagamento di una congrua taglia? Perché è proibito, direbbe qualche nostro ingenuo lettore. E visto che tra questi potrebbe anche esserci qualche solerte magistrato, ecco trovato il rimedio e l'inganno: non si paga per il mare, ma - udite, udite! - si paga per il parcheggio!
Ora, Dio solo sa se sulle spiagge sarde c'è fame di parcheggi, e in quanti hanno dovuto rinunciare a un bagno per la mancanza di uno spazio dove lasciare in custodia l'auto, magari con i bagagli ancora rizzati sul tetto. Viva i parcheggi, dunque. Meglio ancora se ombreggiati da qualche albero o incannicciato e custoditi da un guardiano.
Qual è allora il problema? La questione è che, una volta pagato il taglione e calato il ponte levatoio, si scopre tragicamente che - oltre la sbarra - di parcheggi non c'è neppure il profumo. Tanto a Cabras, che a San Vero Milis, così come a Buggerru o ad Arzachena (queste le località da noi visitate) il sedicente "parcheggio" non è altro che uno squallido spiazzo polveroso e incustodito.
"Ma così si creano posti di lavoro!", rispondono in coro i sindaci, interpellati. "Dovremmo forse lasciare i nostri giovani per la strada a rubare?". I "giovani" (oggi si è giovani anche a trent'anni), ovviamente costituitisi in cooperativa, meglio se di ex carcerati o ex tossicodipendenti, in realtà non fanno altro se non quello che si voleva evitare: cioè stanno sulla strada e rubano, solo che adesso lo fanno con la benedizione del sindaco. Son convinti di lavorare, ma quello non è lavoro, tutt'al più è fatica.
Son disposti a faticare tantissimo, per ore, sotto il sole, pur di non lavorare. Se volessero lavorare, potrebbero farlo: in Sardegna tutto è ancora da fare, mancano ombrelloni e lettini sulle spiagge, nessuno ti vende una bibita o ti affitta un barchino, non esistono i servizi igienici, non esistono neppure - badate bene - i parcheggi. Quelli veri.
Quanto costano i finti parcheggi? Si va dalle mille lire l'ora di Arzachena fino alle diecimila forfettarie di Cabras. Non è prevista la custodia e si declina ogni responsabilità per eventuali danni alle auto.
Il Comune di Buggerru, un ex centro minerario nel meridione dell'isola, ne ha inventato un'altra. C'era da sempre, in porto, uno scivolo in terra battuta che serviva a varare e ad alare piccole imbarcazioni. Una ruspa ha scavato un solco che ne impedisce l'accesso, e per mettere in mare i natanti è stata posta in funzione una piccola gru, che per cinquantamila lire svolge, più lentamente, il medesimo servizio. Chi arriva con la barca prima si incazza, poi paga e mette in mare. Quando va via ripaga, toglie la barca dall'acqua e si reincazza ancora, giurando di non mettere più piede nel disastrato paesino. Di questo passo i comuni interni di Bortigali o Masullas potrebbero recintarsi un pezzo di strada statale e pretendere anch'essi un pedaggio. O vogliamo come sempre privilegiare i soli comuni costieri?
Ma la palma dell'imbecillità spetta naturalmente alla capitale, Cagliari, che ha inventato le hostess di spiaggia. Eccheccazzè? direte voi! Presto detto. Con qualche misterioso appalto, il Comune aveva a suo tempo fatto realizzare, sulla spiaggia cittadina, alcune torrette di avvistamento destinate ad ospitare due squadre di vigili urbani. Ma in luglio e agosto i vigili vanno in ferie. Che fare allora dei due trespoli sulla sabbia? Si dà l'appalto a una dittarella creata per l'occasione da un avventuriero siculo e si sistemano nei gabbiotti alcune ragazze coccodè in tailleur blu con gonna plissettata, Che devono fare le ragazze? Nulla. Non hanno depliant da distribuire e sono ignare di tutto. Qual è allora il loro compito? "Regalare sorrisi", risponde il siculo, che in tutta la vicenda è l'unico che ha buoni motivi per sorridere. E mentre il sorrisificio di mezzagosto entra in funzione, gli uffici turistici del porto e dell'aeroporto sono chiusi per ferie.
Così vanno le cose in Sardegna, e i risultati si vedono: con appena sette milioni di presenze l'isola è ancora, insieme a Calabria, Molise e Basilicata, tra i fanalini di coda del business turistico italiano.


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